Catanzaro: maltrattarono malata di Sla in una clinica privata, a giudizio infermieri e un medico

Catanzaro – Con l’accusa di maltrattamenti aggravati dai motivi abietti, abusando dei poteri e violando i doveri inerenti alla loro funzione, il gup Giacinta Santaniello ha mandato sotto processo, nove imputati tra infermieri, paramedici e un medico in servizio alla casa di cura San Vitaliano di Catanzaro, una struttura privata convenzionata con il servizio sanitario nazionale, specializzata nel trattamento delle malattie neuromuscolari – Sla e neurodegenerative. Si tratta di Emanuela Caporale, 43 anni, di Lamezia Terme; Denisia Elena Rosu, 41 anni, nata in Romania e residente a Catanzaro; Giacinto Muraca, 40 anni, di Catanzaro;Tonino Bria, 37 anni, nato Cosenza ma residente a Luzzi; Antonio Di Bari, 31 anni, di Cosenza; Giovanni Presta, 57 anni, di San Lucido; Donatella Folino Gallo, 31 anni, di Soveria Mannelli; la caposala Caterina Ester, 32 anni, nata a Cosenza e residente a Rota Greca e il medico Giuseppe Rotundo, 41 anni, di Catanzaro. Il processo a carico degli imputati, che nel luglio del 2017 sono stati destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari vergata dal gip Barbara Saccà su richiesta della Procura di Catanzaro, nell’ambito dell’operazione “Urla Silenziose”, inizierà il prossimo 16 dicembre davanti ai giudici del Tribunale monocratico. Un’indagine scattata in seguito alle numerose denunce sporte dalla stessa paziente affetta da Sla, da circa cinque anni, completamente paralizzata, ma “vigile, cosciente degli atti di scherno posti in essere nei suoi confronti” e capace di denunciare le presunte vessazioni tramite l’invio di messaggi e-mail, unico strumento a sua disposizione per comunicare con l’esterno. Secondo le ipotesi di accusa, alcuni imputati sarebbero “rei” di aver spento l’audio del comunicatore, altri di averle spostato il monitor, impedendo al lettore ottico di intercettare il movimento delle pupille e quindi di muovere il cursore sullo schermo per scrivere parole poi riprodotte in suono vocale.La paziente sarebbe stata privata non solo della sua voce, ma anche della possibilità di impiegare il suo tempo attraverso attività quali la lettura, le ricerche su internet o telefonare ad un amico, leggere e scrivere e-mail. Senza quel dispositivo elettronico posto di fronte al suo viso, la donna sarebbe stata costretta, inerme nel suo letto, a fissare una parete. Gli imputati avrebbe tenuto nei confronti della donna un atteggiamento arrogante e autoritario, l’avrebbero sottoposta a reiterate mortificazioni e impedito di chiedere assistenza, privandola del dispositivo elettronico. Alcuni di loro, l’avrebbero minacciata e insultata proferendo nei suoi confronti frasi del tipo “se cominci natra vota a chiama tu cacciu, se continui ti laiu già cacciatu u monitor”, oppure “all’inferno non l’avevano voluta” definendola il diavolo in persona, “è iuta sutta abbussau e ciannu dittu no vavattinda ca ancora hai e stara nu pocu rassubba a rumpiri i palli”.