Adriano Sofri torna in libertà per fine pena

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Adriano Sofri è libero per aver finito di scontare la pena. Per l’ex leader di Lotta Continua, condannato a 22 anni per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi, l’ufficio di sorveglianza di Firenze sabato ha firmato il provvedimento. Sofri scontava la pena ai domiciliari per motivi di salute e aveva permessi per uscire.

L’ufficio di sorveglianza di Firenze spiega che la liberazione doveva avvenire a febbraio; e’ stata anticipata dopo la richiesta di Sofri di avvalersi dell’ultima riduzione di pena: ogni sei mesi i detenuti maturano uno ‘sconto’ di 45 giorni per buona condotta. Al provvedimento dell’ufficio di sorveglianza dovrebbe gia’ aver fatto seguito l’ordine di scarcerazione, per ‘fine pena anticipata’, firmato dalla procura generale di Milano. Sofri stava trascorrendo i domiciliari nella sua casa sulle colline fiorentine.

Sofri era agli arrresti domiciliari nella sua casa di Impruneta, sulle colline attorno a Firenze dalo scorso 2 luglio. All’epoca Sofri, che venne operato per la rottura dell’esofago avvenuta nel 2005 quando si trovava recluso nel carcere ‘Don Bosco’ di Pisa, stava beneficiando del differimento della pena. La decisione del tribunale di sorveglianza a favore dei domiciliari era stata presa sulla base di una perizia medica che, esprimendosi sulla compatibilita’ dello stato di salute dell’ ex leader di Lotta Continua con la carcerazione, aveva evidenziato la ”persistenza di rischi per la salute stessa”. Quindi Sofri, che mai ha voluto chiedere la grazia (come invece ha fatto Ovidio Bompressi a cui e’ stata concessa dal presidente Giorgio Napolitano), era stato ammesso al lavoro esterno (archivista alla scuola Normale di Pisa e curatore di uno sterminato Fondo librario), ma la sera era costretto a rientrare nella sezione ‘esterni’ del carcere di Pisa. Una situazione incompatibile con il suo stato di salute. Con l’assegnazione agli arresti domiciliari di Adriano Sofri, dei condannati per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi nessuno e’ piu’ in galera. Chi a Parigi, chi a casa propria, chi graziato, insomma tutti liberi e contenti”. Il regime cui e’ stato assoggettato Adriano Sofri e’ di detenzione a tutti gli effetti: poteva solo usufruire di permessi permanenti per ragioni di salute e poteva uscire dalla sua abitazione di Impruneta solo per quattro ore al giorno e senza allontanarsi dal territorio comunale. Poteva tuttavia partecipare ad avvenimenti pubblici, solo se preventivamente autorizzato.

QUANDO SCRISSE DI ESSERE CORRESPONSABILE MORALE UCCISIONE CALABRESI (‘La notte che Pinelli’ di Sellerio). La campagna condotta da Lotta Continua contro Calabresi tra il 1970 e il 1972 ”fu un linciaggio moralmente, ma non penalmente, responsabile”. E’ quanto afferma Adriano Sofri ne ‘La notte che Pinelli’, in libreria il 15 gennaio, che ricostruisce con rigore le vicende che seguirono la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Condannato nel ’97 per quell’omicidio (insieme a Leonardo Marino, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani), Sofri ribadisce che ”se qualcuno traduce in atto quello che anch’io ho proclamato a voce alta, non posso considerarmene innocente e tanto meno tradito. Di nessun atto terroristico degli anni ’70 mi sento corresponsabile. Dell’omicidio Calabresi si’, per aver detto o scritto, o aver lasciato che si dicesse o si scrivesse ‘Calabresi sarai suicidato”’. Sofri usa l’escamotage del racconto di un pezzo della storia d’Italia a una ragazza che oggi ha vent’anni. Parte dal fermo a Milano, subito dopo la strage, del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, il quale va in questura con il proprio motorino, convinto che da li’ a poco tornera’ a casa, e invece nella notte tra il 15 e il 16 dicembre, dopo oltre 72 ore di interrogatorio, fara’ un volo dal quarto piano e morira’ poco dopo in ospedale. La sentenza del ’75 del giudice istruttore D’Ambrosio, che manda assolti tutti i poliziotti, dira’ che la morte di Pinelli avviene per ”una improvvisa alterazione del centro di equilibrio”, ritenendo ”possibile ma non verosimile” la sbandierata tesi del suicidio. Fisica, medicina e scienze motorie (furono fatte simulazioni in piscina) hanno dato una risposta giudiziaria (”D’Ambrosio voleva chiudere, si era fatto tardi”, scrive Sofri) al caso Pinelli, ma non alla strage compiuta alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana. Nell’Italia delle mezze verita’, trent’anni dopo i morti di Milano, passa quasi del tutto inosservata una tesi dell’ex ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani, che nel ’97 e poi nel 2000 disse alla Commissione stragi che un agente del Sid fu inviato troppo tardi a fermare gli attentati. Le dichiarazioni di Taviani partono dall’ipotesi che chi piazzo’ la bomba lo fece pensando che sarebbe esplosa a uffici chiusi, mentre quel giorno la banca rimase aperta piu’ a lungo. Sofri riporta una frase dell’ex presidente della Commissione stragi, Giovanni Pellegrino, il quale per dimostrare che non c’erano prove di un mandato alla strage da parte dell’Ufficio affari riservati dice che Federico Umberto D’Amato, a capo di quell’ufficio, ”avra’ ritenuto un grave errore mettere la bomba nella banca o almeno farla esplodere quando la banca non era deserta”. Chiuse le virgolette, segue l’invito che Sofri a pagina 191 fa al lettore: ”Rileggi, prego, l’intero brano”. Per chiudere con l’analisi di quegli anni, Sofri parla della ”violenza, non del terrorismo cui fui estraneo e nemico”, riconducendo l’iniziazione rivoluzionaria della sua generazione al ”trovarci di fronte a un vasto schieramento politico e sindacale che agiva di fatto all’interno dei rapporti sociali e della democrazia politica ‘borghesi’, ma continuando a parlare un linguaggio sovversivo. C’era una sproporzione scandalosa tra le parole e i fatti di quella sinistra ufficiale”, la cui ”doppiezza si tradusse in una tensione urgente a colmare quel divario dal lato della pratica, dell’azione”.