Agguato a Lamezia, gli inquirenti seguono la pista mafiosa

Non si può morire per cinque alberelli da siepe. Se lo ripetono in della Repubblica a il sostituto Domenico Galletta e il commissario Antonio Borelli. Gli investigatori vogliono andare oltre quello che domenica mattina gli è apparso sulla scena del crimine: il cadavere sfigurato di Giovanni , 31 anni, con piccoli precedenti per furto, e intorno a lui le piantine che avrebbe tentato di rubare nella notte di sabato.  doveva conoscere bene il vivaio Squadrito dov’era andato a fare la sua spedizione notturna. Solitamente queste cose non si fanno da soli, ci si porta qualche gregario che fa da palo. Ma lungo la Statale 18, a un centinaio di metri dalla pista dell’aeroporto lametino, c’è stato un vero e proprio agguato. Villella era a piedi ed è stato letteralmente braccato da qualcuno armato di fucile automatico da caccia. Ha usato cartucce miste: alcune caricate a pallini per i fringuelli, altre a palettoni per prede senza ali nè zampe. L’uomo è stato inseguito da qualcuno con cui aveva appuntamento, sparato alle spalle, e dopo cinquanta metri doloranti verso il suo furgone bianco che rappresentava la fuga per la salvezza, è crollato a terra. Il suo carnefice s’è avvicinato, gli ha sparato in pieno petto. Finendolo con un colpo in faccia. Questo giallo del sabato sera al sapore di Montalbano continua. La sta interrogando parenti, amici, gente che ruota negli ambienti campagnoli. Il proprietario del vivaio che non ne sa nulla e quella sera si trovava a 150 chilometri di distanza. La pista non è il furto, è chiaro. Potrebbe trattarsi di un balordo, ma non si gira armati di fucile sabato notte per le campagna della Piana lametina, sotto il rombo degli aerei che arrivano da Londra e Stoccolma. Sotto la grande quercia dov’era parcheggiato il furgone di Giovanni Villella, autista in un’azienda di distribuzione, c’è qualcosa che ancora sfugge agli inquirenti, finora attaccati agli schemi tradizionali delle quattro o cinque cosche che da decenni si sono spartite la città. L’anno scorso nessun di ‘ndrangheta, dicono le statistiche. Ma quest’anno a marzo avevano tentato di cucire le bocche dei nipoti di due vecchi boss come Egidio Umberto Muraca, omonimo del nonno che vanta trascorsi da prima pagina e amicizie del calibro di Raffaele Cutolo, e Angelo Paradiso, suo nonno si chiama Nino Cerra, del clan Cerra-Giampà-Torcasio che controlla Nicastro. I due giovani rampolli se la sono cavata dopo una sparatoria. Poi, un mese fa, l’ di Giovanni Caputo, commerciante sessantenne di Sambiase, cognato del costruttore Salvatore Mazzei condannato di recente per estorsione. Gli inquirenti non escludono che tutti questi siano pezzi di un puzzle. Pensano che la geografia della ‘ndrangheta della Piana stia cambiando rapidamente, la ‘ndrangheta sta cambiando pelle. Quello di domenica potrebbe essere un caso isolato, una sorpresa. Ma cominciano ad essere troppe nel corso dell’anno.

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