All’Expo al femminile si è tenuto il convegno “La donna e il suo sapere in archeologia”

“La donna e il suo sapere in archeologia”, questo l’argomento di discussione del convegno di domenica 20 novembre nella sala conferenze del Museo Archeologico a Lamezia Terme, nell’ambito dell’Expo al femminile 2011, moderato da Eleonora Longo, presidente dell’Associazione Polyedra. Vincenzina Purri, presidente dell’Associazione Archeologica lametina, ha introdotto le relatrici. Valeria Failla, in qualità di socia della medesima associazione ha fatto il punto sulla realtà lametina e meridionale, per quanto riguarda questa tipologia di lavoro, che “non è dissimile da quella del resto d’Italia, ed è caratterizzata da una presenza femminile molto alta, fino al 70 – 80%, a cui viene riconosciuta una consistente dignità professionale, se parliamo però della generazione delle ultra quarantenni, ed invece da una diffusa condizione di precariato delle giovani archeologhe o restauratrici, costrette a svolgere lavori mediocri, poco remunerati, pur di non rinunciare ai propri sogni e ai faticosi studi”. Ha poi portato sul tavolo la biografia di donne che hanno segnato la storia dell’archeologia, mediante diverse ed importanti scoperte: fin dal ‘700/’800 dalla principessa Marianna Candidi Dionigi, alla nobildonna Ersilia Caetani Lovatelli, autrice di saggi di argomento archeologico, in un’epoca in cui l’archeologia era considerata sconveniente, non adatta a ragazze di buona famiglia, probabilmente per la tipologia del lavoro, troppo “fuori casa” e con alta presenza maschile, ma anche per gli espliciti richiami al sesso in cui un’innocente fanciulla avrebbe potuto imbattersi, esaminando il materiale archeologico. Ma la donna, con passione e tenacia nelle sue scelte, è andata avanti, come la fiorentina Luisa Banti, che nei primi del ‘900 dovette lottare a lungo con suo padre che non le permetteva di iscriversi all’università. Ci riuscì solo a 30 anni e divenne un’etruscologa di fama e una grande conoscitrice della civiltà cretese. Il riferimento si sposta poi sulla archeologa del ‘900 Paola Zancani Montuoro, alla quale dobbiamo gli studi sui pina k es locresi, e gli scavi del tempio di Hera a Paestum, dell’antica Sibari e del Timpone della Motta a Francavilla Marittima. Infine la relatrice conclude: “Da queste vicende possiamo estrapolare altri punti di forza del lavoro femminile in archeologia: la pazienza, la tenacia, l’accuratezza e lo spessore negli studi.” Paola Caruso, giovanissima archeologa lametina, ha puntualizzato la difficoltà di inserimento in ambito lavorativo delle specializzate in questa difficile ed impegnativa materia, ma fondamentale per la scoperta di reperti di alto valore culturale. Ha sottolineato quindi l’importanza degli studi archeologici nella nostra regione, che è ricca di siti. Ha portato la sua esperienza Emanuela Rosaria Merico, da Vaste di Poggiardo in provincia di Lecce, accreditata presso la Soprintendenza per il Patrimonio Storico e Artistico della Puglia e della Campania, da 29 anni restauratrice di opere statuarie sacre in cartapesta, tra le quali il Cristo Morto di Poggiardo, l’Addolorata di Muro Leccese, il Crocifisso di Ortelle, il S. Vincenzo de’ Paoli di Depressa. “Sicuramente anche qui in Calabria, nelle chiese abitualmente frequentate sono presenti opere in cartapesta di importazione salentina o leccese. Nel corso degli anni le opere hanno subito interventi di restauro non conservativo ad opera di pittori locali o operatori improvvisati che hanno maldestramente alterato la cromia dei simulacri adoperando colori vivaci poco coerenti con i soggetti sacri dopo aver manomesso la struttura o il modellato originale”. Ha quindi sottolineato che la finalità del restauro è quella di restituire alle opere la propria identità storica ed estetica riabilitando al culto opere che spesso versano in uno stato di conservazione pessimo. “Ritengo che una buona conoscenza della tecnica di lavorazione della cartapesta ci può indurre sia alla realizzazione di altri oggetti d’arte capaci di destare nuove emozioni che ad applicare tecniche idonee al recupero di opere legate a tempi lontani. Il nostro dovere è quello di rispettare e tutelare quanto ha prodotto chi ci ha preceduto”. Con l’aiuto di alcune foto ha evidenziato le fasi di restauro delle opere stimolando nei presenti un grande interesse. Ultima, ma molto originale ed accattivante relazione quella dell’architetto Maria Letterina Arrichetta, di Reggio Calabria, che ha descritto gli interventi di restauro effettuati nel Complesso Monumentale di San Domenico e nel Museo Archeologico. Le pareti, coperte interamente da più strati di intonaco e carta da parati, sono state sottoposte a delle indagini diagnostiche di tipo riflettografico, ad infrarossi nonché lampada di wood a raggi ultravioletti, per acquisire non solo caratteristiche conservative ma anche informazioni storiche ed artistiche. Queste tecniche hanno reso possibile la scoperta della firma dell’autore Giorgio Pinna. Il pubblico è stato poi coinvolto dalla Arrichetta in una dimostrazione pratica delle indagini con lampada di wood. Quattro relatrici con un unico denominatore: la conservazione e la tutela dei beni culturali.