Ancora Angelo Torcasio testimone nel processo alla cosca Giampà. «Nei clan o ammazzi o vieni ucciso»

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Gambardella che difende l’avvocato Giovanni Scaramuzzino, coinvolto nel processo con altri due colleghi, ha messo in evidenza alcune contraddizioni del pentito nel corso delle sue rivelazioni partite tre anni fa. Angelo Torcasio racconta però tutte le sue paure del momento, di quando per la prima volta nell’estate del 2011 scelse di vuotare il sacco. Ricorda i due motivi essenziali della decisione: voleva vendicare l’assassinio di suo fratello Antonio compiuto probabilmente dagli stessi Torcasio, e cercava protezione dallo Stato dopo che l’Antistato, cioè le cosche lametine, aveva deciso di ammazzarlo. Forse perchè riusciva a essere vicino contemporaneamente alle famiglie Giampà e Iannazzo, dopo essere stato con i Torcasio.
Contraddizioni a pioggia. Dopo quella sua casa senz aporte rilevata dall’avvocato Pagliuso anche l’altra sulla moto usata per un omicidio che avrebbe procurato Antonio Donato, un affiliato di Catanzaro della cosca. Il suo difensore Antonio Lomonaco ha fatto emergere che il pentito non ricordava il tipo di moto usato.
Nonostante questo le accuse fatte finora dal pentito storico dei Giampà hanno retto nell’operazione “Medusa”, la prima contro il clan nel giugno 2012, tanto che il giudice ha condannato tutti per associazione mafiosa.
«Dopo che mi sono pentito io, collaborare con la giustizia è diventata una moda a Lamezia» commenta Torcasio a microfono acceso.
Durante l’interrogatorio fa anche chiari riferimenti agli ultimi sprazzi di potere dei Giampà. Dice: «All’epoca fogli di carta e penna da noi nel clan non servivano», spiegando che ci si fidava in parola. Poi però aggiunge: «Di soldi ne arrivavano tanti nella cosca, ma non so ancora che fine facevano». Per finire: «Le regole ‘ndranghetistiche negli ultimi tempi non esistevano più nella famiglia Giampà».
Poi il riferimento al clan Iannazzo della parte Ovest della città, che suona come un campanello d’allarme per gli inquirenti: «Nonostante io abbia fatto diverse dichiarazioni su quella cosca avendo conosciuto bene i capi, ancora nessuno è finito in carcere».
E davanti a Giancarlo Chirumbolo, uno degli imputati di “Perseo” che venerdì era in aula, dice che se il clan avesse saputo che lui avrebbe voluto vendicarsi per la morte di suo fratello l’avrebbero eliminato.
Aggiungendo: «Lo stesso avrebbero voluto fare i Torcasio con me, e nello stesso modo è finita per Vincenzo e Francesco Torcasio nel 2011». Quando il 7 giugno fu ucciso Vincenzo ed esattamente un meso dopo il viglio ventenne Francesco, che aveva annunciato ai quattro venti il suo desiderio di vendetta contro i Giampà, che avevano ucciso suo padre. «Così è la vita nei clan mafiosi: o uccidi o finisci con l’essere ammazzato».

Era Natale, Angelo Torcasio non ricorda l’anno, ma quella volta mandò un capretto a casa di Carlo Curcio Petronio. Continua a dire che quell’ortopedico, ex primario dell’ospedale cittadino, lo aiutò diverse volte a falsificare certificati che servivano per mettere in scena falsi incidenti stradali e riscuotere cospicui risarcimenti dalle compagnie assicurative. Il capretto però, secondo il pentito, il dottore non lo sapeva preparare. Quindi Torcasio invitò la famiglia al Bonsai, ristorante di suo cugino. Si presentarono in 15 e cenarono. Pagò Angelo Torcasio: 600 euro. Questo lo ricorda ancora con sicurezza, ma non fa lo stesso quando l’avvocato Murone che difende l’ortopedico gli chiede se quella sera si trovava nel ristorante. Il pentito racconta invece quando finse d’essersi rotto un braccio e Petronio l’ingessò. Tornato a casa tagliò il gesso e lo posò su una mensola.

(Gazzetta del Sud – V.le.)