Cangiari, dalla Calabria l’alta moda che conquista le vetrine mondiali

E’ prima di tutto moda, o meglio haute couture, perché di qualità elevatissima e realizzata con procedure complesse e antiche, quale è, ad esempio, il telaio a mano. Cangiari è un marchio giovane che si è imposto nel panorama internazionale della moda proprio perché propone collezioni di altissimo livello. Che in poco tempo finiscono nei negozi che rappresentano i punti di riferimento delle tendenze, come Biffi, Penelope, Luisa via Roma. Ma Cangiari è anche un marchio calabrese (‘cambiare’ il significato), della Locride, che rappresenta la seconda azienda in termini di fatturato e di occupati (100 i dipendenti) della zona e che opera per combattere la ‘ndrangheta. “I negozi non scelgono i nostri capi perché sanno che facciamo parte di una cooperativa sociale che lavora per riscattare la Calabria. Questo per noi non è mai voluto essere uno sconto, ovvero dire ‘bene, accontentiamoci’. L’etica non deve essere solo giusta, ma deve diventare efficace. Quindi i nostri capi non devono essere acquistati perché sono fatti dalle imprese sociali, ma perché sono belli, superbi. Facendo questo legittimiamo l’etica invece che danneggiarla come spesso si fa, prefigurandola come una scelta masochista, quasi, eroica“, spiega Vincenzo Linarello, presidente di Goel. “Una realtà, quella del telaio a mano, che stava completamente scomparendo – chiarisce Linarello – con due tipi di figure: la tessitrice e la maistra (maestra) del telaio. Di solito quest’ultima era analfabeta e trasmetteva ai figli la tradizione dei tessuti della tradizione grecanica e bizantina con le cantilene. Significa che i 1800 fili che vengono raccolti e che poi passano nelle finestrelle del telaio, venivano memorizzati attraverso le cantilene. Quando i mezzi lo hanno consentito hanno registrato con un registratore audio centinaia di cantilene e le hanno trasformate in matrici e si sono rimesse a tessere. Molte di quelle maestre ormai non ci sono più. Quindi, senza la registrazione si sarebbe persa nel vuoto una tradizione antichissima“. Per fare un metro di stoffa al telaio ci vogliono da 4 a 6 ore, dunque “ci siamo detti: l’unico modo per riuscire a pagare davvero il lavoro di queste straordinarie artigiane è indirizzarci in un segmento che lo possa valorizzare e pagare. L’alta moda per noi è stata una scelta obbligata. Abbiamo messo insieme la grande tradizione sartoriale calabrese e organizzato la filiera. In più abbiamo aggiunto l’identità di Goel. Cangiari è un marchio della cooperativa sociale Goel che lotta per il riscatto della Calabria, per il cambiamento della nostra terra”. Quasi tutti i capi di Cangiari vengono fatti con il telaio a mano o comunque con lavoro sartoriale. Tutti i tessuti sono biologici e tutta la produzione è ‘made in sociale’. “Cangiari si avvale di 7 telaiste interne specializzate e una rete sul territorio che sta aumentando sempre più grazie a Cangiari” dice Linarello, sottolineando che si tratta di donne e che anche “sul territorio sono sempre più giovani, al punto tale che stiamo pensando di organizzare una scuola di telaio artigianale, mentre oggi la formazione avviene ‘a bottega‘”. Insomma, quello che sta nascendo è un distretto vero e proprio nella Locride. Dove, ricorda Linarello, “c’è il 75% di disoccupazione giovanile. E’ uno dei centri nevralgici della ‘ndrangheta e Goel ha scelto di combattere alcuni fenomeni con i fatti. Cangiari sta diventando un marchio riconosciuto, premiato dall’Alta scuola di economia francese e dal ‘Tribune’: il fatto che un marchio calabrese sia nell’alta moda fa rinascere nella nostra gente l’orgoglio di un’appartenenza onesta e genuina“. Quella presentata a Milano, in una spazio all’interno di Palazzo Reale in occasione della settimana della Moda femminile, è la quinta collezione: due dimostrative e tre commerciali. “Lo stile è sempre più mediterraneo. Abbiamo lavorato molto sui tessuti. Ce ne siamo fatti fare su misura. Abbiamo fornito i filati biologici e alcune aziende li hanno progettati”. Alcuni, realizzati al telaio, contengono ginestra d’Aspromonte. Altri sono realizzati in seta non violenta. “L’avevamo trovata in India, ma rovistando nella nostra terra abbiamo trovato un artigianto che faceva la stessa cosa. In sostanza, la seta è lavata con le foglie di gelso, filata e tessuta a mano. Il baco non viene ucciso e, uno a uno, i fili vengono riannodati“. Direttore creativo è Maria Paola Pedetta, che coordina le giovani creative locali.