Catania: Giovanni Arena finisce in manette dopo 18 anni di latitanza

La sua latitanza l’aveva trascorsa praticamente… in casa. Gli uomini della catturandi della Squadra Mobile lo hanno scovato nascosto all’interno di una cassapanca nascosta nell’armadio di un letto a ponte della propria abitazione, nel popoloso rione di Librino, a due passi dal “palazzo di cemento” “cuore” della fiorente attività di spaccio della droga che era un la specialità del suo gruppo. In questo modo è finita, dopo 18 anni di ricerche, la latitanza di Giovanni Arena, 56 anni, capo dell’omonimo clan. Il suo nome era inserito nella lista dei trenta latitanti più pericolosi d’Italia stilata dal Viminale. Ai poliziotti, che lo hanno trovato in quel nascondiglio che sino a quel momento gli aveva consentito di eludere le ricerche delle forze dell’ordine, non ha potuto fare a meno di rivolgere i complimenti «Siete stati bravi!». Ma non è tutto qui. Il questore Antonio Cufalo e il capo della squadra mobile Giovanni Signer hanno anche rivelato che Arena, subito dopo la cattura, si sarebbe rivolto ai suoi nipoti dicendo loro: «Adesso potete smettere di chiamarmi zio, potete chiamarmi nonno…». Un sistema, anche questo, per evitare che qualcuno potesse parlare di lui in maniera diretta», hanno chiarito gli investigatori. Ed infatti se la latitanza di Arena è durata così a lungo lo si deve da una parte ad un efficacissimo e capillare “controllo” dell’area dove poi è stato trovato, e dall’altro alla estesa rete di complicità – in larga parte riconducibile ai familiari – che lo ha materialmente protetto. Giovanni Arena era sfuggito nel dicembre del 1993 all’operazione “Orsa maggiore” contro la cosca Santapaola. Era stato condannato in contumacia all’ergastolo per un omicidio commesso nel 1989. Era ricercato anche per associazione mafiosa, detenzione di armi e traffico di droga. Il suo è stato un arresto “eccellente”: «Oggi è una bella giornata per la lotta alla mafia – ha detto il ministro dell’Interno Roberto Maroni – È stata un’operazione straordinaria per la quale mi complimento con il capo della polizia, Antonio Manganelli, con il questore di Catania e con lo Sco». Ma come aveva fatto in tutti questi anni a diventare una sorta di “invisibile” agli occhi di investigatori ed inquirenti? Diversi i sistemi: alcuni più “materiali” come, ad esempio, la distruzione di ogni telecamera che le forze dell’ordine avessero piazzato nella zona della sua abitazione. Non appena venivano scoperti quegli occhi elettronici “indiscreti” venivano disattivate. Prudenza, era la parola d’ordine, e ne sanno bene qualcosa anche alcuni operai del Comune che stavano potando delle siepi nella zona e che, immaginando invece che stessero piazzando dei sistemi di video-sorveglianza, sono stati anche aggrediti da giovani del rione. Un altro segno evidente di questo clima di straordinaria prudenza che ha connotato la lunghissima latitanza di Giovanni Arena è stato poi rappresentato dal fatto che in anni di intercettazioni nessuno dei suoi familiari abbia parlato di lui o lo abbia citato. Ed anche quando la moglie – soprannominata dagli investigatori la “zarina” del “palazzo di cemento” di Librino – aveva avuto rimossa l’auto perchè in divieto di sosta, prima di tornarne in possesso la fece “bonificare” così da essere sicura che non vi fossero microspie. La svolta in questa gigantesca caccia all’uomo andata avanti per quasi quattro lustri pochissimi giorni fa: a mettere i poliziotti sulla giusta pista il tono di voce «basso e inconfondibile», come hanno detto gli investigatori, colto in modo quasi impercettibile in sottofondo durante un’intercettazione nella sua abitazione. Il blitz è stato subito imbastito e messo in atto. Arena era nascosto nel suo covo: aveva una pistola calibro 9 con il colpo in canna che non ha provato ad usare. Ha preferito, a quel punto, complimentarsi coi poliziotti. (gazzetta del sud)