Disertato da due mesi l’asilo allestito in un bene confiscato

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A questo punto va necessariamente aggiunto un particolare di fondamentale importanza: lo stabile è infatti confinante con l’abitazione degli anziani genitori del boss finito nei guai. E sembra che la madre dell’uomo — il padre è infatti molto malato — abbia più volte polemizzato per le presenze “estranee” in quella zona che evidentemente ritiene ancora di proprietà del figlio.
I commissari straordinari non si sono persi d’animo, rintracciando tra le pieghe di bandi e concorsi offerti dalla Regione ciò che faceva al caso loro: il progetto del ministero dell’Istruzione “Più scuola, meno mafia”. Sono seguiti vari passaggi burocratici, con la messa a norma della struttura in modo tale da realizzare al suo interno un bell’asilo. Una scuola nuova di zecca che avrebbe finalmente sostituito quella della contrada vicina, Fabrizio Piccolo, ritenuta non idonea ad ospitare i bambini.
I genitori dei piccoli alunni, tuttavia, non hanno affatto gradito quella scelta. Prima dell’inaugurazione ufficiale (avvenuta il 4 ottobre scorso), qualche bimbo c’è pure entrato nelle nuove classi. Ma poi è iniziata la protesta collettiva, seguita da un’accorata lettera inviata anche allo staff ministeriale che cura “Più scuola, meno mafia”. Nella missiva è stato impresso il motivo ufficiale dell’opposizione al trasferimento: la difficoltà nell’accompagnare i figli nell’asilo di Fabrizio Grande. Eppure, le distanze tra le due contrade sono minime, una manciata scarsa di chilometri appena. La commissione straordinaria ha cercato di risolvere la vicenda estendendo il servizio di trasporto anche ai bimbi che ancora non rientrano nell’obbligo scolastico, offrendo pure tariffe agevolate. Ma non c’è stato nulla da fare, le famiglie non ne hanno voluto sapere e le aule restano tuttora deserte.
Inevitabile pensare a un’altra motivazione nascosta dietro a questo “muro” insuperabile. Una spiegazione che, a Corigliano e dintorni, in molti sussurrano ma nessuno ha il coraggio di affermare pubblicamente: i bambini non vengono mandati a scuola per non “disturbare” i genitori del boss. Per semplice rispetto oppure per paura, questo non conta. Il segnale culturale, comunque, è stato lanciato. Raccoglierlo sarà compito di chi, per davvero, ha voglia di cambiare una città già troppe volte colpita dritta al cuore. (Gazzetta del Sud – F.me)