Fermati quattro esponenti del clan Giampà per tentata estorsione

Déjà vu“, così è stata denominata l’operazione della squada mobile di Catanzaro che su ordine del pm della Dda di Catanzaro Elio Romano e del procuratore aggiunto Giuseppe Borelli, ha fermato quattro esponenti del clan Giampà, con l’accusa di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. Tutto ciò per dare un segnale da parte dello Stato sugli ultimi recenti omicidi e sulle numerose intimidazioni riconducibili al racket. In questo senso, il procuratore Borrelli, ha parlato chiaro durante la conferenza stampa: “Le principali attività economiche lametine sono in mano alla criminalità, ed è assolutamente necessario che lo Stato intervenga con decisione. I nostri sforzi si stanno concentrando sul territorio lametino su cui andremo ad operare una vera e propria bonifica“. I fermani sono: Giuseppe Giampà, figlio del boss Francesco Giampà detto “il professore” condannato all’ergastolo; Angelo Torcasio, già agli arresti domiciliari per estorsione; Battista Cosentino, implicato in un processo per estorsione e poi assolto; Domenico Chirico, ha scontato una pena per il tentato omicidio di Nicola Gualtieri. Due gli imprenditori edili lametini presi di mira dal clan Giampà (avrebbero dovuto pagare 50.000) i quali hanno ammesso solo davanti alle risultanze investigative, nessuna denuncia spontanea, dunque, da parte loro. Uno degli imprenditori è stato avvicinato e minacciato per la realizzazione di un palazzo in piazza della Repubblica, l’altro nella realizzazione di villette nel quartiere Scinà. Estorsioni effettuati con i metodi più tradizionali e beceri tipici della criminalità. Prima le intimidazioni (lettere minatorie con cartucce, incendio di auto e bottiglie incendiarie ai cantieri) e poi le minacce. “O paghi o, dopo le lettere e l’auto bruciata, ti metteremo le bombe a casa. Non ho visto assicurazioni sul cantiere a Scinà, come tu sai è obbligatoria perchè i primi colpi sono stati vaganti i secondi saranno diretti“, questo il testo di una delle lettere minatorie inviate ad uno dei due imprenditori edili. Per quanto riguarda il pizzo richiesto per il palazzo in piazza della Repubblica, il Cosentino avrebbe avvicinato l’imprenditore in una via del centro dicendogli di recarsi da Torcasio che gli doveva parlare. Torcasio poi comunicava che per proseguire i lavori doveva pagare al figlio del “professore”. L’imprenditore però rispose che non poteva pagare poiché i titolari dell’appalto non lo avevano pagato. A quel punto Torcasio avrebbe consigliato all’imprenditore di cominciae ad “accontentare” Giampà inizialmente con 5.000 euro. Inutile le richiese dell’imprenditore di incontrare Giampà.