Il caso di Azzarà nelle mani dei servizi segreti del Sudan

Il 20 settembre sembrava fatta indiscrezioni provenienti da fonti attendibili davano per imminente la liberazione di Francesco Azzarà, il giovane reggino di Motta San Giovanni rapito il 14 agosto scorso in Darfur durante una missione umanitari nel Sudan per conto di Emergency. Poi piano piano è calato il silenzio. Da allora è passato quasi un mese e mezzo, ma non si sono avute più notizie. Anche giornali e tv, pure per rispettare uni linea di basso profilo dettati dalla delicatezza della circostanza, hanno quasi messo la sordina. La certezza che Francesco sia vivo è servita per tranquillizzare l’opinione pubblica senza però allentare — come è ovvio — la tensione che esiste nella sua famiglia. Nonna Saveria, un’anziana signora di 87 anni, non fa altro che pregare, leggere i giornali e seguire la tv «in attesa delle grande notizia». Ma non sentendo più parlare né vedere scritti una riga sul nipote prigioniero ha confidato ai congiunti: «Non leggo e non vedo più nulla su Francesco. Come mai?». Il silenzio è anche una scelta come spiega Enzo Catalano, cognato di Francesco Azzarà e portavoce della famiglia. «Il fatto –dice – che non si parli nei media non significa che il caso sia caduto nel dimenticatoio. Tutt’altro. Si sta lavorando sotto traccia: ci sono passaggi delicati che vengono portati avanti sia dall’Unità di crisi della Farnesina sia dal governo del Sudan. Per adesso posso dire soltanto che Francesco non è stato assolutamente abbandonato. Sappiamo che sta bene, anche se si continua a trepidare per lui sino a quando non lo sappiamo libero». Il silenzio incuriosisce anche gli amici e i cittadini di Motta. «Tante persone – racconta Enzo – ci incontrano per strada e ci chiedono come mai “tutto tace” sul fronte di Francesco. Spieghiamo che al momento è giusto così. Sentiamo attorno a noi tanta solidarietà dalla Calabria e da ogni parte del Paese. Purtroppo dobbiamo stare calmi e seguire gli eventi». I contatti tra l’Unità di crisi della Farnesina e la famiglia Azzarà sono quotidiani. Dice Enzo: «Ogni giorno il consigliere Nicola Minasi ci contatta e ci dà informazioni che per ovvie ragioni non possiamo rivelare. Insomma il caso è tenuto in grande evidenza dal nostro ministero degli Esteri. E tutto ciò in un certo senso ci tranquillizza: non ci sentiamo abbandonati». Una prova di quanto afferma Enzo Catalano arriva da un evento diplomatico che risale a qualche giorno fa in Sudan c’è stato il cambio di ambasciatore, è rientrato il dott. Cantone sostituito dal dott. Armando Barucco. Ci risulta che quest’ultimo prima di partire per il Sudan si sia recato nell’Unità di crisi della Farnesina per documentarsi sul “caso Azzarà” e appena ha messo piede a Niyala abbia avuto un incontro proprio sul nostro Francesco con il governatore di quel Paese. Non filtrano comunque notizie. Si sa soltanto che il “caso” è nelle mani dei servizi segreti del Sudan (“in buone mani”, viene fatto osservare, considerata la stima di cui godono questi servizi). Ma c’è di più: viene, assicurato che la situazione è tenuta sotto controllo. Nel senso che gli uomini dei servizi osservano tutti i movimenti dei rapitori. Si tratterebbe di fare qualche altro “passaggio”, ma si dà per certa la liberazione di Francesco, la cui vita – ecco un’altra buona notizia – non è mai stata e non è in pericolo. Per essere più chiari: sia sul fronte diplomatico sia su quello operativo si sta agendo con le dovute cautele e con il massimo impegno. Anche se non si parla, insomma, il fuoco del progetto di liberazione di Francesco Azzarà cova sotto le ceneri. Si spera presto nella “fiammata” liberatoria. Lungo questo percorso, comunque tortuoso, bisogna registrare l’impegno di Emercency: Gino Strada e i suoi collaboratori – lo conferma anche Enzo Catalano – mantengono i contatti con la famiglia e sino ad un mese fa forse con lo stesso Francesco. Già una volta è stato reso pubblico un colloquio telefonico tra il giovane Azzarà e un rappresentante di Emergency. Ma ora ciò non sarà possibile: alla base di tutto c’è una certezza: il caso, come abbiamo detto, è affidato ai servizi segreti del Sudan, proprio per avere un unico canale di collegamento tra le indagini e i rapitori. Dal 14 agosto sono passati poco meno di tre mesi. Il tempo trascorre tra l’ansia, la solidarietà e gli appelli. Il mondo sportivo, della politica, del volontariato, della società civile, dello spettacolo, della Chiesa ha lanciato messaggi in favore della liberazione di Francesco. Anche il Papa, nella sua recente visita in Calabria, ha pregato per il trentaquattrenne giovane di Motta in mano ai banditi. Arriverà la svolta? Adesso non resta che sperare e pregare, come fa nonna Saveria. (gazzetta del sud)