Il papà di Federica Monteleone querelato dal chirurgo imputato per la morte della figlia

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In tribunale, stavolta, finisce ino Monteleone, il papà di Federica. Causa: una querela del chirurgo Benito Gradia, già capo dell’equipe medica che il 19 gennaio 2007 eseguì quella tragica appendicectomia allo “Jazzolino” di Vibo Valentia a seguito della quale morì Federica Monteleone. Il chirurgo che, per l’omicidio colposto della studentessa, oggi è imputato nel secondo filone processuale – dopo le otto condanne non definite emesse nel primo -istruito dalla Procura di Vibo Valentia.
Dichiarazioni lesive dell’onore e del decoro, avrebbe rilasciato alla stampa – secondo Benito Gradia – il genitore della sedicenne divenuta simbolo delle vittime della malasanità. Il pubblico ministero, a dirla tutta, il reato non lo riscontra affatto e chiede l’archiviazione del procedimento. La “persona offesa”, d’altronde, insiste e, visto che si sente diffamatao, si oppone all’archiviazione. Deciderà, nell’udienza in camera di consiglio, il competente gip di Cosenza Enrico Di Dedda, il prossimo 14 marzo.
La morte di Federica Monteleone, in questo capitolo giudiziario, c’entra solo marginalmente. Già, perchè le dichiarazioni rilasciate alla stampa da papà Pino, si collegano ad un’altra tragica vicenda di sospettata malasanità: la morte di Eleonora Tripodi, avveuta il 20 agosto 2010, durante il parto cesareo che diede alla luce la sua terzogenita. In sala operatoria, subito sentito dagli inquirenti ma solo in qualità di persona informata sui fatti, quel giorno oltre all’anestesista ed al ginecoloco (l’unico poi ad essere indagato), c’era anche Benito Gradia. Pensionatosi dalla sanità pubblica era passato a quella privata, instaurando un rapporto di collaborazione e consulenza con la casa di cura “Villa dei Gerani”, la stessa in cui fu ricoverata e morì Eleonora Tripodi.
L’ennesimo decesso in corsia, anche questo certamente evitabile, provocò un’ondata di reazioni. La più severa fu proprio quella di Pino Monteleone che inoltrò agli organi di informazione un documento nel quale censurava aspramente la perdurante presenza del chirurgo – una volta lasciato l’ospedale Jazzolino e benchè indagato per la morte della figlia Federica – nella sanità, anche se privata. Cinque giorni dopo la pubblicazione sui quotidiani locali di quel documento, il professionista presentò la sua denuncia per diffamazione alla Sezione di polizia giudiziaria di stanza presso la Procura di Vibo Valentia, allegando i ritagli di giornale riportanti le affermazioni ritenute “lesive”.
Quello di Monteleone fu un intervento durissimo nel quale da un lato criticava la posizione di Gradia – che, a scanso d’equivoci, per gli inquirenti del caso Tripodi non ebbe responsabilità nella morte bianca del 2010 – e dall’altro dava sfogo ai suoi sentimenti di dolore e frustrazione davanti all’inerzia della classe dirigente, politica e santaria, incapace di frenare lo stillicidio di vittime per malasanità in una regione che non ha più lacrime da piancere e voce per gridare. (fonte Calabria Ora)