Il pentito Spatola è morto quattro anni fa e nessuno sapeva niente

Rosario_Spatola

Un «difetto di comunicazione», come si sono affrettati a puntualizzare dalla Procura. L’ennesimo colpo di teatro che ha avuto come un protagonista un uomo che non finiva mai di stupire. A sentire lui la mafia e la politica inquinata non avevano segreti. Ma i veri pentiti importanti, a cominciare da Giovanni Brusca, hanno detto di non averlo mai conosciuto.

Spatola aveva riempito verbali su tante vicende nel corso di una collaborazione a fasi altalenanti cominciata con Paolo Borsellino, al tempo in cui il magistrato ucciso nella strage di via D’Amelio dirigeva la Procura di Marsala. Fin quando parlava di storie minori e di traffici di droga era considerato attendibile. Ma poi Spatola allargò l’orizzonte delle rivelazioni occupandosi delle storie più oscure e parlando di un sistema di relazioni tra la mafia, la politica e la massoneria. Quando la sua attendibilità fu messa in ombra dai magistrati, e da Borsellino per primo, Spatola decise di alzare il tiro. Accusò Bruno Contrada di avere avuto rapporti con il boss Rosario Riccobono e vari politici, tra cui l’ex ministro Calogero Marinino, assolto dopo 17 anni dall’accusa di mafia.

Trovò un momento di notorietà con alcune clamorose interviste televisive. E finì per diventare un caso quando il pm Francesco Taurisano, con cui il pentito aveva continuato a parlare, denunciò la scomparsa dai suoi cassetti di verbali di Spatola e di un’altra discussa pentita trapanese, Giacoma Filippello. Ma a sua volta Taurisano fu sanzionato dal Csm con l’ammonimento, seguito da un trasferimento, per non aver trasmesso ad altri magistrati competenti i verbali di Spatola.

La cronaca ha registrato altre «rivelazioni» di Spatola sul caso Messina (relazioni tra mafia e magistrati), sull’uccisione nel 1985 di Graziella Campagna, una ragazza di 17 anni eliminata come teste scomoda, e su tante altre storie. Ma con una credibilità che ormai non veniva più riconosciuta.