6 indagati per la morte di Francesco Di Cello

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Così come infatti è avvenuto una maledetta mattina d’estate di due anni fa quando un operaio cinquantanovenne di Lamezia Terme, Francesco Di Cello, per guadagnarsi il pane, aveva invece trovato la morte. Folgorato da quel cavo, che, alla faccia della bassa tensione attestata, arrivava a ben 20 mila volt, tanto da avergli provocato uno “shock cardiogeno con insufficienza cardio-respiratoria, secondaria a folgorazione e precipitazione di media altezza”.

Questa la causa del decesso, accertata dal medico legale, Claudio Ammirante, su disposizione del sostituto procuratore , Paolo Petrolo, il magistrato che, dopo avere iscritto nel registro degli indagati i nomi del titolare della ditta esecutrice dei lavori, l’imprenditore Giuseppe Gigliotti (difeso dall’avvocato Salvatore Staiano), del direttore dei lavori, Antonio Vergata, e del responsabile della sicurezza, Luigi Logozzo, aveva esteso l’ipotesi di reato di omicidio colposo anche a carico di Salvatore Vergata, in qualità di committente dei lavori, di Giovanili Raffaele, ispettore del lavoro in qualità di Upg, e di Ferdinando Lipari, responsabile dell’ufficio tecnico comunale di Settingiano.

Per tutti l’accusa di aver concorso nella violazione di ogni normativa vigente in materia di sicurezza, consentendo l’esecuzione dei lavori in condizioni di estremo pericolo per l’incolumità degli operai, impegnati su un cantiere che vedeva il fabbricato in fase di realizzazione “privo, in tutta la perimetrazione, di impalcature e ponteggi o ido¬nee opere, anche provvisionali, atte ad eliminare il pericolo di caduta di lavoratori o cose dall’alto”. Così come scrive il magistrato nel provvedimento di chiusura delle indagini, in cui contesta, peraltro, all’ispettore Raffaele di avere omesso di procedere al sequestro del cantiere nonostante la permanenza della situazione di grave pericolo constatata il 9 luglio del 2010, nonostante a maggio lo stesso ispettore avesse ccntestato una serie di violazioni a carico di Gigliotti. Nè Lipari, da parte sua, avrebbe disposto provvedimenti interdittivi o cautelari nonostante la nota dell’Enel in cui già a marzo del 2010 si dava conto della situazione di estremo pericolo dovuta alla realizzazione di quei lavori proprio in prossimità della linea ad alta tensione che avrebbe dovuto impedire a chiunque di avvicinarsi al cantiere.

Accuse pesanti, dunque, rispetto alle quali, tuttavia, già quattro indagati hanno chiesto di poter fornire la propria versione dei fatti, per tentare i di tirarsi fuori dalla brutta vicenda. E gli ispettori del Nisa che, al comando di Francesco Santoro, hanno portato avanti tutti gli accertamenti per conto del magistrato, hanno già provveduto a sentire Mario Vergata e Luigi Logozzo, in attesa di raccogliere anche le dichiarazioni di Salvatore Vergata e Giovanni Raffaele. Dunque, sarà solo alla luce dei loro interrogatori che il magistrato deciderà come andare avanti nell’inchiesta, procedendo con una richiesta di rinvio a giudizio o di archiviazione per chi riuscirà a dimostrare la regolarità del proprio operato, liberandosi così da ogni accusa.