La guerra aperta tra Iannazzo e Pagliuso. Il pentito Angelo Torcasio parla delle cosche della zona Ovest. Intanto si scava tra Scinà e Capizzaglie per cercare ossa umane e armi

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«Fu Arcieri a tradire Pulice, suo amico da vecchia data, e fedelissimo del padre Antonio», dichiara Torcasio in videoconferenza, che nel suo luogo segreto indossava un cappellino da baseball nero, maglia e pantalone grigio. Secondo il collaboratore di giustizia «Pulice seminava zizzania, diceva che la commissione prendeva tantissimi soldi con droga, estorsioni e usura, ma a noi toccavano solo le briciole».
Nella `ndrangheta non esistono i sindacati. I processi non sono giusti, ma sommari. Dopo la sentenza di condanna a morte di Pulice si sono occupati proprio i suoi amici presunti, “quelli della montagna”. Cioè i Cappello e gli Arcieri. Venne portato su alla Bella e accompagnato nella stalla dove i Cappello avevano i loro vitelli. Saverio Cappello, killer freddo e preciso, gli scaricò una decina di colpi addosso. Infilarono il cadavere nella sua Stilo verde, lo portarono in campagna, e diedero fuoco all’auto. Tutto questo in territorio della cosca Iannazzo, a Sambiase Nord, dalle parti di Gabella-Crozzano. Una vera e propria provocazione.
Eppure, sempre per quella regola non scritta che non ci sono limiti per i clan, Giuseppe Giampà aveva nominato Angelo Torcasio suo ministro delle Finanze perchè amministrava la “bacinella”, cioè la cassa comune del clan, e pure ministro degli Esteri, con l’incarico di tenere buoni rapporti con Vincenzo Iannazzo e Antonio Provenzano. Il pentito ancora una volta fa nomi, cognomi, indica marca e tipo di auto usate per gli omicidi con dovizia di particolari: numero di sportelli, colore, alimentazione, tappezzeria.
E racconta cosa accadeva in quegli anni anche dall’altra parte della città: «Tra la cosca Iannazzo e i Pagliuso-Daponte era guerra aperta».
Perchè hanno ammazzato l’autista di ambulanze Bruno Cittadino? Risponde il ministro delle Finanze: «Andava a fare estorsioni per conto dei Torcasio. Tra l’altro era pure imparentato con i nostri avversari».
Quando la Corte d’assise catanzarese presieduta da Giuseppe Neri rinvia il processo a gennaio, i giudici popolari hanno i brividi. Torcasio parla di omicidi a raffica come di «fumate di sigaretta».

Intanto si scava senza sosta tra Capizzaglie e Scinà. La procura antimafia cerca ossa umane ed armi dopo le dichiarazioni di alcuni pentiti della cosca Giampà. Si tratterebbe insomma di riscontri alle loro rivelazioni, e le indagini sono state affidate alla Squadra Mobile di Catanzaro guidata da Angelo Paduano ed alla Dia, la Direzione investigativa antimafia.
La campagna di scavi non archeologici è partita nella scorsa settimana e continua in questi giorni. Quelli che si vogliono far passare inosservati, come fossero lavori ordinari di movimento terra, non sono altro che fasi di un’indagine approfondita che, a quanto pare, sta avendo un esito positivo.
Si tratta in sostanza dei risultati di una guerra combattuta fra clan mafiosi per anni, in cui è stato sparso molto sangue. Come spesso succede nelle faide mafiose ci sono casi di lupara bianca a volte neanche denunciati dai parenti delle vittime, e nascondigli per l’arsenale di pistole, fucili ed esplosivi usati dalle cosche per portare a termine i loro affari: omicidi, regolamento di conti, attentati, intimidazioni. In ogni caso, tutto finisce sotto terra.
A parlare, anche questa volta, sono i pentiti del clan. Che segnalano armi e cadaveri sepolti. Gli investigatori sono in cerca di riscontri. Evidentemente le diverse operazioni che si sono susseguite negli ultimi due anni non sono bastate a decapitare i clan della zona Est della città. (Gazzetta del Sud – V.le.)