A Lamezia i rifugiati sono accolti nelle case confiscate ai clan con gli ex proprietari come vicini

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Lui quei danni non ha voluto ripararli. Ha lasciato il marmo rotto e i fori di proiettile. Vicini di casa dei boss. La particolarità dei due centri di accoglienza Sprar (Sistema di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati) “Due Soli” e “Luna Rossa” di Lamezia Terme è il luogo in cui si trovano. Le zone di via del Progresso e Capizzaglie, dove abitano gli elementi di spicco della ‘ndrangheta lametina, in appartamenti che hanno ancora per vicini di casa gli ex proprietari. “Due Soli”, un centro per adulti, confina con la casa del boss Aldo Notarianni, con cui ha una strada in comune. Notarianni, vicino alla ‘ndrina dei Giampà, attualmente è in carcere per atroci fatti di sangue come l’uccisione in una faida di un giovane bruciato vivo nella sua auto. “Luna Rossa” ospita invece dieci minori che vengono da Pakistan, Nigeria, Congo e Somalia. Il centro è su uno dei piani di un edificio dove c’è anche una comunità residenziale per disabili e la sede regionale di Banca Etica. Il colpo d’occhio dalla strada è impressionante. La casa della famiglia Torcasio, ex proprietari, incombe subito dietro, attaccata al palazzo confiscato, con le finestre e i balconi a pochi metri di distanza. La scommessa di Giacomo Panizza. “Gestire uno Sprar in un bene confiscato non è un risparmio economico, perché è uno stabile che vale zero per le banche – spiega don Panizza – e il lavoro di accoglienza non cambia rispetto a una casa in affitto. Ma gestire una casa confiscata aggiunge cultura allo Sprar, vuol dire misurare il termometro della scommessa sulla legalità da parte della città”. La “scommessa” per il prete operaio, bresciano di origine e da quarant’anni in Calabria, è “fare passare la città nella casa confiscata, vedere chi del comune e dei partiti accetta di venirci, cercare di fare in modo che lì ci sia un via vai di gente, di scuole e di associazioni”. Tredici anni di lotta contro la paura. Esattamente da quando, nel 2002, gli è stato assegnato l’uso del palazzo dei Torcasio.
La gente del quartiere aveva paura a parlare con me in quel posto, mentre se mi incontrava altrove mi incoraggiava a tenere duro – racconta il sacerdote – tutti abbassavano gli occhi o si giravano dall’altra parte, ma adesso si fanno vedere dai mafiosi a parlare con me”. Una piccola grande vittoria conquistata, dice don Panizza anche “con quella scempiaggine di venire a mettere le bombe ai minorenni”. La Comunità Progetto Sud ha reagito ad attentati e intimidazioni con le manifestazioni, fatte “davanti alla casa del clan” per fare capire che “la delinquenza organizzata non è la padrona”. Giacomo Panizza sottolinea lo spirito delle proteste: “non per dire che quel quartiere è mafioso ma che in quel quartiere ci abitano anche i mafiosi, perciò la gente del posto ha partecipato”. Nessuno voleva quel palazzo. Nell’ipotesi di farne una sede dei vigili urbani, la polizia municipale ha minacciato uno sciopero pur di non andarci. All’inizio era anche difficile entrarci, perché la porta d’ingresso era sul retro, davanti alla casa dove ancora vive la famiglia Torcasio. Il bene è stato vandalizzato, come spesso succede. Sono passati due anni solo per cambiare la serratura e spostare l’ingresso. “Nessuna ditta veniva a fare i lavori – ricorda il sacerdote – Però quelle difficoltà sono state anche la carta vincente”. La città è stata costretta a interrogarsi sulla paura e sulla mancanza di libertà. “Non è solo un progetto di accoglienza ai migranti – conclude don Giacomo – è un’esperienza culturale che a Lamezia serve per avere meno paura. Noi facciamo un regalo alla città, di avere meno paura“. Accoglienza di frontiera. L’ultima bomba contro Giacomo Panizza risale allo scorso ottobre. L’attentato più vile al 2009, quando furono tagliati i freni alle auto dei disabili della sua comunità, che rischiarono di schiantarsi sulle curve a gomito della strada davanti alla sede. Lo Sprar di Lamezia ha trenta posti, cui si aggiungono il centro per minori e quello per famiglie del vicino comune di Miglierina, aperto nel 2014 con 14 posti in un ostello inutilizzato. In tutto hanno creato 15 posti di lavoro sul territorio in un’Ats con le cooperative sociali “Inrete”, “Il Delta” e la Caritas.
Per i bambini migranti il percorso di inclusione prevede la presenza dei tutori legali, il coinvolgimento di famiglie, scuole di calcio e imprenditori per i tirocini formativi. In un altro bene confiscato c’è lo “spazio aperto giovani” in cui si tengono i corsi di italiano e ci sono le postazioni internet per i minori dello Sprar. Intanto nascono anche i bimbi afro-calabresi, come Abel, figlio di una coppia di nigeriani. A Lamezia ne sono nati tre negli ultimi due anni. A Miglierina ce ne sono sei al di sotto dei tre anni d’età.