LAMEZIA TERME: uno dei comuni d’Italia più ricchi d’acqua

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Nel territorio dell’ex comune di Sambiase sono state censite 68 sorgenti comprese quelle termali solfuree. Nel territorio dell’ex comune di Nicastro tra le 36 sorgenti censite nei primi decenni nel secolo scorso ce so- no alcune con portate di centinaia di litri al secondo. «Si pensi che le portate di 4 sorgenti denominate Candiano, Sabuco, Cappellano e Risi ammontano a circa 20 miliardi di litri d’acqua all’anno – evidenzia Pileggi – il triplo di quella necessaria a una città di 75mila abitanti. Un patrimonio immenso da salvaguardare, così come va tutelato il territorio, vittima del dissesto idrogeologico». L’assenza di memoria storica e il mancato riferimento alla specificità del territorio «hanno fino a oggi impedito la piena e razionale valorizzazione delle risorse naturali e nel contempo ritardato la realizzazione d’interventi idonei garantire la sicurezza delle popolazioni dalle calamità naturali cui è esposto il territorio».
Caratterizzato da una molteplicità di aspetti fisici con disponibilità di risorse naturali che è raro trovare concentrate nell’ambito dei confini di un solo comune: il territorio di Lamezia si estende per oltre 160 kmq di superficie, fino a quota 1400 m e comprende circa 9 km di spiaggia, vaste aree di pianura, colline, montagne con suoli fertilissimi, ingenti disponibilità di risorse idriche, sorgenti terminali e giacimenti minerari in gran parte ancora da valorizzare.
«La natura e le forme del paesaggio così come si presenta al nostro sguardo – aggiunge Pi-leggi – non è da immaginare come qualcosa in eterna staticità. Lo stesso paesaggio è invece da considerare come teatro di numerose trasformazioni per opera di forze legate al calore interno della terra e all’energia solare, i cui effetti si sommano e si fondono in cicli morfologici, litologic e orogenetici. Gli attuali assetti idrogeomorfologici, in pratica sono il risultato di lunghi processi geologici ancora in atto e testimoniano come lo stesso territorio è pure caratterizzato da un’intensa attività di sollevamento e sismica oltre che di erosione delle pendici collinari e montane: il quadro della geodinamica evolutiva mette in luce cioè anche il tipo di fenomeni naturali e, quindi, i “rischi geologici”, (terremoti, frane, inondazioni), a ctii il territorio è stato e continuerà ad essere sottoposte».
«Il caotico e non pianificato sviluppo edilizio e soprattutto la erronea localizzazione di molti insediamenti e della rete dei servizi realizzati dopo l’unificazione dei tre comuni – sottolinea il geologo – evidenziano l’assenza di memoria storica dei numerosi disastri provocati da terremoti, frane e alluvioni e, quindi, l’ignoranza delle motivazioni che di volta in volta, nel corso dei secoli passati, hanno condizionato la scelta sull’aree e sui tipi di terreni da utilizzare per ricostruire gli insediamenti urbani che venivano distrutti. In proposito è il caso di ribadire che fare come gli struzzi e, o rimuovere l’esigenza di prevedere gli effetti dannosi degli eventi naturali (pioggia, sismicità) è a dir poco da irresponsabili. Il problema dei danni e dei rischi connessi al dissesto idrogeologico va legato a quello dello sviluppo del territorio: sviluppo possibile attraverso le definizione di un serio progetto di recupero ambientale e produttivo del territorio necessariamente da riferire a vari aspetti e potenzialità della realtà fisica e geoambientale». (Gazzetta del Sud – Sa.Inc.)