Le anfore ritrovate alla Chiusa di Trebisacce e la vasca della Metro C di Roma

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anfore_nel_bacino_idrico_ritrovato_durante_i_lavori_della_metro_c_di_roma_400Un saccente archeologo, di cui non ricordiamo il nome, si disse sorpreso ed incredulo di un tale uso, ribadendo, col sopracciglio alzato, l’ipotesi di un magazzino (assurdamente posto sulla battigia, che in quel tempo correva sulla linea dell’attuale vecchia 106. N.d.R.).

Molto bene, allora, è emerso in questi giorni a Roma, durante i lavori della stazione della Metro C a San Giovanni, il più grande bacino idrico mai rinvenuto al centro della città. La sua funzione era proprio quella di intercettare l’acqua di un corso d’acqua (Aqua Cabra) per alimentare la grande vasca (35×70 metri) utilizzata per l’irrigazione di un frutteto.

Sono emerse dagli scavi delle anfore allineate, ed altre sparse, che, guarda caso, servivano proprio, sia a regolare la movimentazione dell’acqua nei canali, sia a creare dighe rettilinee (come è facilmente visibile nell’immagine 2: le anfore allineate e, in alto verso destra, il loro utilizzo per bloccare il flusso nei canali). Guarda alle volte il caso. Evidentemente i Romani, sia della vasca, sia della Chiusa di Trebisacce, non informati delle ferme e competenti convinzioni dell’archeologo, le hanno invece utilizzate secondo il parere dell’architetto.

Naturalmente, la Soprintendenza, ben convinta, giustamente, che si trattava di un semplice magazzinetto, e non dell’elemento di un impianto dell’importanza definita nella conferenza, ha abbandonato il tutto alle sterpaglie.

Non solo, ma è di questi giorni la perentoria affermazione che il progetto del 3° megalotto Anas Roseto – Sibari “non procurerà danni archeologici”. Bene, visto che sono stati avvisati, sapremo a chi addossare la responsabilità quando, durante gli scavi per la superstrada, dovessero emergere nella piana di Sibari, le vestigia della città arcaica.

Non a caso, invece, l’architetto Maurizio Silenzi Viselli, nel Prologo della pubblicazione “Sibari, questa sconosciuta”, ha riportato un brano di Aulo Gellio nelle sue Noctes Atticae: “Un vecchio poeta, di cui non ricordo il nome, affermò che la verità è figlia del tempo”. Associazione Culturale Jonica