Le mani dei clan sulla superstrada “che non c’è”. Dopo aver speso circa 100 milioni, la Provincia dovrebbe investirne almeno altri 300 per completarla

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Il fascicolo per l’omicidio di Daniele Scalise è rimasto qualche mese nella procura lametina, poi è stato mandato alla Dda catanzarese. Il delitto è stato classificato mafioso non solo per le modalità e le possibili motivazioni legati ai lavori della superstrada. Ma anche perchè Daniele Scalise e suo padre Pino sono fra i 66 imputati del processo “Perseo”, quello che ha decapitato il clan Giampà.
Gli Scalise sono imputati di estorsione mafiosa. I fatti contestati dalla procura antimafia sono avvenuti tra il 2009 e il 2011. Padre e figlio sono accusati d’avere bussato alla prota dell’azienda Petrone che fornisce calcestruzzo alla Socostramo di Roma, vincitrice dell’appalto del terzo lotto della strada. In sostanza gli Scalise avrebbero imposto al Petrone di servirsi dei loro mezzi per i lavori, e di cedere una percentuale dell’1% sugli incassi.
A riferire delle richieste degli Scalise a Felice Petrone è Rosario Cappello. L’ex boss di Bella dopo il suo pentimento ha deciso di rivelare anche questo agli inquirenti. Il boss della montagna, che faceva parte della 2commissione” presieduta da Giuseppe Giampà, giura che suo cognato Vincenzo Arcieri aveva intimidito Petrone: voleva il 2% sui lavori. Cioè 5 mila euro subito e 4 mila euro a Natale. Era l’estate del 2012. Ma Petrone, sempre secondo il boss pentito, pagava la tangente anche agli Scalise. A Cappello l’aveva detto suo cognato Arcieri dopo che alcuni mezzi dell’impresa Petrone furono danneggiati a Decollatura da un incendio doloso. Fu allora che Petrone andò da Arcieri a chiedere lumi, essendo venuta meno la sua protezione.
Vincenzo Arcieri andò da Pino Scalise per chiarire, ma qest’ultimo ribadì che voleva lavorare con Petrone. Che fu costretto ad accettare anche l’ultima richiesta estorsiva.
Rosario Cappello rivela pure che gli Scalise erano legati sia al clan Giampà che a quello degli Iannazzo. Uno dei titolarei dell’impresa Petrone, Giandomenico, inizialmente smentisce: «Con gli Scalise solo rapporti lavorativi chiari, mai problemi». Così nel settembre 2012. Dopo pochi giorni però Giandomenio Petrone ammette che c’erano state intimidazioni, e che era stato allontanato dalla ditta lo zio Felice Petrone che era stato amministratore per dieci anni. (Gazzetta del Sud – V.le.)