Lettera aperta di Giovanni De Grazia ad Antonio Ricci

Egr. Dott. Antonio Ricci, ferma l’ammirazione per la sua attività giornalistica e per la trasmissione che oramai da 20 anni si occupa di tutto quanto è malcostume italiano, questa volta devo muoverLe una ferma e sincera critica alle sue affermazione sul giornalismo calabrese, di cui all’articolo di Italia Oggi poi ripreso da altri quotidiani. Chi le scrive, Giovanni De Grazia, da Lamezia Terme, da oltre 20, quotidianamente, svolge la propria attività di informazione giornalistica sia in terra calabra che con svariati servizi nazionali, come free-lance. Come in quasi tutte le vicende umane, la verità sta nel mezzo; così come per ogni professione, esistono uomini e donne capaci di fare bene il proprio lavoro ed altri che “tengono famiglia” per cui non bisogna sporgersi più di tanto oltre la luce che copre le tante paure dei Calabresi. Trasformare, però, la Calabria ed i suoi problemi, prima fra tutti la ‘ndrangheta, nei soliti luoghi comuni è fin troppo facile. Esistono, come in tutte le regioni di Italia, persone che scelgono di vivere in funzione ed in ragione della realtà che li circonda e non si possono biasimare i Calabresi, da anni abituati a convivere con tante e diffuse problematiche, tutte negative, se non hanno più voglia di parole ma di fatti. Non si può più ragionare pensando che siano le persone che non hanno voglia di reagire contro i tanti malcostumi che affliggono la Calabria, quando in realtà è proprio lo Stato, con tutte le sue Istituzioni, ad aver dato il cattivo esempio ingenerando il diffuso sentimento di abbandono. Difendersi dalle commistioni tra ‘ndrangheta, politica, affari, professioni è cosa ben più dura di quello che si pensi: sia perché chi vive in questa Regione ha veramente paura di reagire, e quando reagisce, rischia la propria vita; sia perché tante altre persone che hanno scelto di essere conniventi, se non addirittura compartecipi, prosperano alla luce del sole, almeno fino a quando non finiscono all’ombra di una cella o al buio di una bara. Per questa ragione, è quanto mai sterile la polemica sull’impossibilità di fare giornalismo d’inchiesta in Calabria. E’ vero che tanti giornalisti calabresi hanno toccato temi scottanti e sono stati subito intimiditi, minacciati dalla cosca locale per far calare l’attenzione su quel fatto o quel problema; ma è altrettanto vero che spesso gli stessi giornalisti sono stati emarginati dai loro colleghi ed editori che devono rispondere altre logiche, locali e regionali. A maggior ragione, poi, per i giornalisti che appartengono a piccole realtà editoriali locali dove è facile incontrare per strada il figlio del boss, appena ucciso, che minaccia la tua vita e quella dei tuoi familiari solo per le immagini che hai ripreso o per aver raccontato la cronaca dei fatti. Lo stesso vale se trionfalmente annunci che i beni di questa o quella famiglia criminale sono stati confiscati e dati all’associazione di turno, con grande vittoria dello Stato. Lo stesso Stato che però, spenti i riflettori, non garantisce la tua incolumità. Per questa ragione, è bene finirla con l’ipocrisia perbenista che fa finta di non capire: quando i giornalisti in Calabria indagano e raccontano fatti di cronaca hanno la consapevolezza di non parlare solo di ‘ndrangheta, ma anche di chi, nell’ombra, ne ha alimentato forza e potere, facendo affari proprio con le cosche locali per ottenere in cambio potere politico o economico. Per questa ragione, in Calabria, i cronisti seri e coraggiosi, che lavorano senza le coperture della grande televisione o del potente editore, devono fare i conti con una realtà molto più complessa e pericolosa, perché sommersa, rispetto a quella di chi si limita a pensare che il criminale calabrese sia quello che per 300 euro ti brucia la macchina o ti ficca un cacciavite nella giugulare. Fatti di cronaca, questi, purtroppo presenti in tutte le regioni italiane. Nel mio caso, sinteticamente, posso dirle che ho subito le seguenti intimidazioni: colpi d’arma da fuoco alla mia attività di fotografo dopo la pubblicazione delle mie foto di appartenenti a cosche mafiose lametine (alcuni di questi personaggi oggi sono all’ergastolo); minacce verbali e telefoniche a seguito di servizi televisivi di denuncia su varie vicende di malcostume politico e amministrativo; a seguito di un omicidio avvenuto a Lamezia Terme, dinanzi le forze dell’ordine, il figlio del boss ucciso minacciava pesantemente tutti i giornalisti presenti con i loro operatori; ho concorso nell’arresto delle persone che, dopo avermi rubato la macchina (classico cavallo di ritorno), mi hanno chiesto la tangente per la sua restituzione. D’accordo con la Guardia di Finanza e dotato di telecamera nascosta filmavo l’illecito che portava all’arresto, in flagranza, di cinque persone, poi condannate dal Tribunale di Lamezia Terme. Da ultimo, sono due anni che posteggio regolarmente la macchina dinanzi le telecamere del Tribunale di Lamezia Terme per evitare atti vandalici, come già successo, o possibili manomissioni del mezzo per arrecare danno alla mia persona. Ho intervistato, in data odierna (sabato ndr), il Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria, dott. Nicola Gratteri, il quale si pronunciava con favore verso tutti quei giornalisti calabresi che, occupandosi di cronaca e fatti legati alla criminalità locale, quotidianamente agiscono sul territorio alla ricerca della verità, contro ogni forma di intimidazione e violenza.