L’ex ‘ndranghetista Nino Belnome parla da pentito e si rivolge ai giovani: «Abbiate la forza di tornare indietro prima che sia davvero troppo tardi»

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«Quando ero piccolo – racconta Belnome – mio padre era in carcere e quando gli altri bambini andavano a scuola io, un giorno alla settimana, andavo a trovarlo a fargli il cosiddetto colloquio con mia madre, che dopo un certo periodo non riuscendo più a conciliare il suo lavoro con i colloqui e con la nostra cura, mia e di mia sorella, decise di mandarci in Calabria dai nonni».

Quel distacco obbligato ha segnato profondamente la fanciullezza del collaboratore, che sottolinea: «Ricordo le pene e sofferenze che passammo io e mia sorella perché non c’è cosa più importante per dei bambini dell’affetto della propria mamma e paia, non c’è dono più prezioso al mondo per un genitore dei propri figli, solo chi non li ha non può capire di questo valore che Dio ci,ha regalato con amore».
«La `ndrangheta – scrive ancora – questi doni di Dio, della vita dei figli, della famiglia di tutte quelle cose belle che quotidianamente la vita ti regala, con il tempo te le toglie nella maniera più brutale e ti porta alla solitudine più assoluta fino a portati alla completa rovina. Una volta entrato nella `ndrangheta non riuscirai ad uscirne tanto facilmente. È come la droga per un drogato: ti entra nella pelle e nel sangue, acquisisci la sua mentalità, la sua durezza, la sua cattiveria di pensiero… non conosci più la ragione. Diventi sempre più spietato».
Una volta entrato nella “onorata società”, secondo Belnome, l’individuo si trasforma e si allontana dalla propria famiglia, perché non riesce e non può più farsi capire, e non può parlare di quello che avviene fuori dalla mura domestiche, fmo a quando «con il tempo non ti rimarrà più niente, non condividerai mai niente con la tua famiglia se non dispiaceri e disgrazie, sarai sempre più solo, cercherai sempre di scappare, la tranquillità non ti apparterrà più, dovrai guardarti dal carcere o dalla morte perché questo è quello che attende uno `ndranghetista».
Antonino Belnome ha fatto parte di un gruppo dominante in Lombardia, ed è riuscito a scalare le doti della `ndrangheta, sia quella detta “minore” che gran parte di quelle della “maggiore”, ricoprendo cariche importanti e partecipando all’eliminazione del presunto boss Carmelo Novella, detto Nunzio, ucciso il 14 luglio 2008 a San Vittore Olona. Nelle dichiarazioni rese ai magistrati, e ribadite in diversi processi di criminalità organizzata, Belnome è sceso nei dettagli raccontando i riti e le rigide regole che accompagnano tutti gli affiliati, dal “contrasto onorato” al “crociato” passando per lo sgarrista, il santista o il padrino ed altri termini che formano la gerarchia della `ndrangheta.
Nelle memorie Belnome ricorda diversi passaggi e riti di affiliazione: «Ero diventato boss e potevo comandare cinquanta uomini, una scalata vertiginosa che faceva invidia a molti; gli anziani mi riconoscevano capacità che in altri non vedevano, fino a sostenermi nelle più alte cariche della `ndrangheta». E aggiunge: «Era come essere tre metri sopra il cielo, tutto senza renderti conto… Cammini volando in un mondo che non è reale, ti insegnano ad odiare lo Stato e le forze dell’ordine, ti insegnano che loro sono il marcio e tu sei il giusto. Oggi che posso ragionare liberamente – afferma il collaboratore – grazie a Dio che mi ha fatto svegliare da questo brutto sogno, mi vergogno e mi logoro dai rimorsi». (Gazzetta del Sud – R.mu.)