Morire per acqua in un freddo mattino festivo di gennaio

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Poi anche questo è finito. I lavori per la riqualificazione dell’area hanno portato al transennamento della villa, cantiere tuttora in corso, e tutte quelle persone che hanno fatto di essa una seconda casa, sono rimaste come orfane di una madre.
Già perchè, nella villa di giorno ci si incontrava, ci si parlava, ci si scambiava quattro chiacchiere, si beveva insieme qualcosa ricreando un pò quell’atmosfera solidale delle antiche “rughe”. Il popolo di Piazza d’Armi, per lo più composto da vecchi e da un’umanità diseredata, tra cui negli ultimi tempi anche molti stranieri. Un popolo invisibile e superficialmente bollato come perdigiorno, ma dalla sorprendente umanità che si rifocillava quotidianamente all’ombra degli alberi, tra le panchine e i vialetti del giardino. Vincenzo aveva smarrito anche questo contatto. Poi l’amara sorpresa di vedersi ridotto l’assegno di invalidità con cui sopravviveva. Così almeno riferiscono le cronache e chi lo conosceva. La decisione di farla finita. Lui non era unimprenditore sul lastrico come i tanti, i troppi suicidatisi ultimamente nell’Italia del rigore delle manovre. Le cronache nazionali non ne hanno fatto menzione.
Era un giovane verso cui la vita era stata avara per altre ragioni. Ma la disperazione del gesto estremo quella si, è sempre la stessa, quando la fatica di vivere diventa insostenibile per le incognite del futuro, quando si è troppo deboli e soli per sperare di rialzarsi. Eppure restano sempre segrete e insondabili le ragioni del cuore, perchè ognuno di noi contiene un universo, spesso sconosciuto a noi stessi.
A distanza di giorni ormai, quel bizzoso torrente Piazza che, in passato, con i suoi straripamenti tanti lutti e danni ha causato alla città, non ha restituito ancora il suo corpo, nonostante le alacri intense ricerche. Quel torrente che, oggi esplorato palmo a palmo, si rivela una bomba ad orologeria, in caso di piena, per la fitta vegetazione e per i cumuli di rifiuti ingombranti che lo invadono , segno dell’incuria di chi dovrebbe provvedere alla sua pulizia e manutenzione e dell’inciviltà di alcuni abitanti.
Nell’esprimere solidale vicinanza alla famiglia di Vincenzo e nell’attesa che egli riceva degna sepoltura, lo pensiamo con tardivo affetto rammentando i versi conclusivi delle lirica riportata all’inizio:
“Gentile o giudeo o tu che volgi la ruota a sopravento / rammenta che Fleba una volta fu alto e bello come te”.    Enzina Sirianni