E’ morto Luigi Taiani, imprenditore lametino che si è ribellato al racket

E’ morto stamattina alle 7.30 nella sua abitazione, colpito da un infarto, Luigi Taiani, ex presidente dell’associazione Antiraket di Lamezia Terme, ma soprattutto noto imprenditore lametino proprietario della ditta Silan Pepe da sempre stata nel mirino dei clan lametini. Telefonate anonime, l’incendio,  proiettili ai cancelli dell’azienda, camion dati alle fiamme, pizzo. Ma Luigi Taiani ha sempre detto no. Di seguito un articolo da lui rilasciato a firma di Michela Gelati.

Lamezia Terme, imprenditori che si ribellano al racket

A Lamezia Terme la vita di un imprenditore è fatta di guerre e di tregue. Il nemico, la ‘ndrangheta, può restare in silenzio per anni, ma che sparisca, Luigi Taiani non si azzarda nemmeno a sperarlo. La sua azienda, la SinalPepe, produce conserve a Lamezia, e da vent’anni è nel mirino dei clan Zamparo e Iannazzo. Prima telefonate per chiedere denaro, poi le minacce. “Abbiamo sempre denunciato il racket – racconta Taiani -, anche quando nel 1985 parte dell’azienda è stata incendiata”. Alla denuncia seguono le indagini. Colpevoli, i soliti ignoti.

E dopo l’incendio, telefonate anonime, proiettili ai cancelli dell’azienda, camion dati alle fiamme. Poi, dal 1988, tre anni di silenzio, una specie di tregua. Ma “se denunci, anche andare a mangiare una pizza diventa pericoloso. I clan sanno aspettare”. Fino al 1992, quando una sera l’imprenditore nota un pacco appoggiato al portone. Dentro, tra le zampe mozzate, la testa di un cane lupo. Taiani denuncia, anche se le indagini finiscono sempre con una nuova archiviazione.

Nel 1997 l’imprenditore decide di ingrandire la SinalPepe in un’area industriale di Lamezia Terme, prima occupata dalla Sir. “Ci servivano finanziamenti, ma temevamo di subire nuove pressioni dei clan”. Per questo nel 2001 partecipando a un appalto statale, la famiglia Taiani chiede di rimanere anonima. Quando però la SinalPepe viene inserita tra i primi 50 progetti imprenditoriali che si aggiudicano i finanziamenti, il nome viene messo nero su bianco.

E all’inizio dei lavori di ampliamento, la ‘ndrangheta si risveglia. Prima brucia un’auto, poi chiede 100 mila euro come “quota fissa annuale” e 2 mila euro mensili. Taiani rifiuta, alla SinalPepe si continua a lavorare. Fino alla sera del 22 gennaio 2003, quando l’imprenditore esce presto per un problema familiare. Si allontana in macchina dopo aver salutato il padre, alto come il figlio, con la stessa corporatura. Suo padre sta passeggiando solo nel cortile ormai buio, quando due colpi di fucile lo colpiscono alla schiena. Il terzo non va a segno.

“E’ sopravvissuto, ma porta ancora le ferite di quell’episodio. – ricorda l’imprenditore -. Hanno sparato per uccidere. Anzi, forse il vero bersaglio ero io”. A Luigi per la prima volta viene assegnata la scorta, ma dopo tre mesi gli viene revocata “per mancanza di personale”. A proteggere la famiglia Taiani resta un’organizzazione di vigilanza privata, che nell’ottobre 2003 riesce a sventare un incendio nella nuova sede della SinalPepe.

Dallo Stato nessuna risposta, e anche i finanziamenti al progetto non sono mai arrivati. “Nessuno ci ha dato aiuto né la tranquillità necessaria per continuare a lavorare nonostante le minacce”, dice Taiani. E tra il 2004 e il 2005, è un susseguirsi di richieste di denaro e intimidazioni. A marzo 2004, una lettera con minacce di morte. A maggio, un ordigno inesploso nel cortile della SinalPepe, a febbraio 2005 la pioggia solo la pioggia ha impedito ad un altro ordigno di scoppiare nel giardino.

Ma un mese dopo, quando bruciano interi capannoni dell’azienda, con danni per 400mila euro, Luigi Taiani si rivolge alla vicepresidente della commissione antimafia, Angela Napoli, che in un’interrogazione parlamentare definisce molto gravi gli episodi successi alla SinalPepe. Arrivano i fondi previsti dalla legge 144/1999 per le vittime del racket. Finanziamenti indispensabili, anche perché dopo l’incendio la Milano Assicurazioni, che copre la famiglia Taiani, non ha voluto pagare. “Sostenevano che avevamo taciuto la nostra condizione di vittime della mafia. Da allora, tutti si sono rifiutati di assicurarci, oppure ci hanno offerto somme ridicole”. Tuttora la SinalPepe non è assicurata.

E come capita spesso nelle storie di mafia, alla paura si aggiunge la solitudine. Per uscire da questo isolamento forzato, 16 imprenditori di Lamezia si sono uniti in un’associazione antiracket che ora conta 50 associati. “Un’iniziativa importante – dice Taiani – Al contrario di quanto fanno i politici, che mancano di coscienza civile e non si accorgono dell’economia malata di Lamezia, dove per 75 mila abitanti ci sono 18 mila disoccupati e 40 sportelli bancari. Mi chiedo da dove arrivano i soldi. La politica deve rendersi conto che in Calabria gli imprenditori onesti sono avamposti dello Stato contro la ‘ndrangheta. Mi sembra un motivo sufficiente per non lasciarci soli“.