“Nessuna pietà”: ecco perchè la condanna a 16 anni

Nemmeno “il volto” del tassista Luca Massari “che lo guardava come se avesse voluto dire ‘ma cosa stai facendo, non esagerare'” ha fermato la furia dell’ aggressore che voleva farsi “giustizia da sé” e “vendicare lo stato di disperazione della moglie”.

Lo scrive il gup di Milano Stefania Donadeo nelle motivazioni della condanna a 16 anni di reclusione per Morris Ciavarella, che partecipò al brutale pestaggio del tassista che aveva solo investito un cane e che morì dopo un mese di coma.

Luca Massari venne aggredito in via Luca Ghini a Milano il 10 ottobre dello scorso anno, andò in coma e morì l’11 novembre 2010. Stando alle indagini, fu vittima di un brutale pestaggio cui parteciparono, secondo il pm di Milano Tiziana Siciliano, Morris Ciavarella, la fidanzata Stefania Citterio e il fratello di lei Pietro Citterio. Poco prima il tassista aveva investito un cane che apparteneva a una ragazza, amica dei tre, ed era sceso dalla macchina per scusarsi.

Ciavarella è stato condannato a 16 anni lo scorso 14 luglio per omicidio volontario e gli altri due sono stati rinviati a giudizio. Nelle motivazioni della sentenza, depositate oggi, il giudice spiega che Ciavarella, il quale sferrò gli ultimi due micidiali colpi contro il tassista, tra cui una ginocchiata in faccia, “dinanzi alla disperazione della moglie” per l’investimento del cane “ha ritenuto di fare giustizia da sé come sapeva fare ed aveva sempre visto fare”. Per questo, scrive il gup, Ciavarella, 31 anni, ha aggredito “con calci e pugni colui che aveva creato dolore e rabbia nelle due donne (l’altra era la proprietaria del cane, ndr)”.

Il giudice, descrivendo la scena, spiega che Massari si era “arreso in partenza fiducioso che la violenza sarebbe cessata”, ma nella testa dell’aggressore “Massari doveva pagare non per aver ammazzato un cane ma perché aveva inflitto un dispiacere alla moglie che era lì che piangeva disperata e pretendeva l’intervento del marito”. La scelta, continua il gup, “operata da Ciavarella è stata proprio quella del ‘costi quel che costi'”. Dunque, anche di fronte al volto del tassista che lo implorava, il giovane non si é trattenuto “dall’infliggere un ultimo violento colpo” dopo averlo già massacrato di botte. Il giudice dunque qualifica l’omicidio volontario con dolo eventuale, ossia Ciavarella agendo così ha accettato la possibilità che il tassista morisse per il pestaggio.