OMICIDIO ADELE BRUNO: giudizio di secondo grado per Daniele Gatto

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Il giorno prima del ventisettesimo compleanno, Adele Bruno fu barbaramente uccisa dal suo fidanzato. Dalle indagini emerse che Daniele Gatto, al culmine di un diverbio dovuto alla comunicazione da parte della ragazza della fine della loro relazione, soffocò con una corda la vittima e inveendo con più canne inparti vitali sino a renderla irriconoscibile e lasciandola esanime.
Gatto, in un primo momento, non confessò il delitto, era stato infatti il padre e il fratello della ragazza che nella serata del 30 ottobre si erano presentati prima dai carabinieri e poi in commissariato per denunciare il mancato rientro a casa della figlia. Un mancato rientro comunicato dallo stesso fidanzato quando si recò, prima di confessare il delitto, a casa della famiglia della vittima per cercare Adele dicendo di non averla vista nonostante avesse avuto con lui un appuntamento. Invece Daniele Gatto, dopo che i due erano stati al centro commerciale Due Mari per ritirare un telefonico, quella sera aveva già ucciso la sua fidanzata, confessando il delitto però la mattina seguente su consiglio di uno zio sacerdote. li giorno dopo il delitto,
Gatto confermò la sua versione indicando dove si trovava il corpo di Adele, uccisa dalle mani dell’uomo che l’amava la cui vita si spense per le violenze subite sotto un albero di ulivo fra le campagne di via Montesanti.
Nelle motivazioni della sentenza di primo grado, il gup scrive che «le argomentazioni svolte dal perito in sede di valutazione del quadro patologico del periziando ai fini che ci occupano, approfondite ed esaurientemente motivate, consacrate nelle relazioni in atti e ribadite nel corso dell’escussione del perito nonchè negli elaborati redatti dai consulenti delle parte civile e della pubblica accusa, sono condivise da questo giudice». E che, Gatto, «deve essere dichiarato assolutamente capace di intendere e di volere». Per il gup, «la pretesa confessione del Gatto» ai fini della concessione delle attenuanti generiche, «non possa dirsi, a ben guardare, veramente tale e sia frutto invece di un preciso calcolo per poter lucrare una sanzione meno afflittiva». In primo grado il gup ha condannato l’imputato pure al risarcimento delle parti civili: 35.000 euro per Vincenzo Bruno (fratello di Adele) e 70.000 euro ciascuno per i genitori della vittima: Rosario Bruno e Teresa Godino. (Il quotidiano della Calabria – P.re.)