Omicidio Femia, Corte d’appello assolve i presunti killer

ROMA – Assoluzione piena “per non aver commesso il fatto”. È questa la sentenza della seconda Corte d’appello di Roma che ha assolto Massimiliano Sestito e Francesco Pizzata, finiti sotto processo perché accusati di far parte del gruppo ‘ndranghetista che nel gennaio 2013, in località Castel di Leva, ha ucciso il boss calabrese Vincenzo Femia.
I due, in primo grado, sono stati condannati all’ergastolo (LEGGI), anche se i giudici d’appello hanno confermato il carcere a vita per Sestito ma hanno ridotto a 25 anni la pena di Piazzata, al quale erano state riconosciute le attenuanti generiche equivalenti alle contestate aggravanti del metodo mafioso e della premeditazione.
Tuttavia, lo scorso settembre, la Cassazione ha annullato la seconda sentenza e ha poi inviato la richiesta di far svolgere il processo in un’altra Corte d’assise d’appello con la richiesta di rinnovare il giudizio.
I nuovi giudici, dopo una lunga camera di consiglio, hanno così ribaltato il giudizio assolvendo Sestito e Pizzata con la formula più ampia, e disponendone poi la scarcerazione se non detenuti per altra causa.
Femia, che all’epoca dell’omicidio era ritenuto personaggio di primo piano nella malavita della Capitale e vicino a una cosca di San Luca conosciuta per la strage di Duisburg (LEGGI), è stato trovato morto il 24 gennaio 2013, ucciso con numerosi colpi di pistola mentre era dentro l’auto della moglie.
All’epoca dei fatti gli investigatori hanno subito pensato a un contesto mafioso, ma per lungo tempo non hanno trovato prove. Fino a quando Gianni Cretarola, collaboratore di giustizia e giudicato separatamente col rito abbreviato, ha iniziato a parlare.
L’uomo ha infatti confessato di far parte della cellula ‘ndranghetista e che il movente dell’omicidio fosse collegabile ai contrasti nati per la spartizione del mercato della droga nella capitale (160 chili di cocaina colombiana trasportati a Roma dalla Spagna nell’agosto 2012).
Ceratola, inoltre, ha sostenuto di aver accompagnato Femia al posto individuato per l’agguato e durante gli interrogatori ha fornito particolari sulla modalità dell’assassinio come il numero dei partecipanti, il numero dei colpi esplosi e la dinamica del fatto di sangue.