OMICIDIO GIOVANNI VILLELLA: il Pm chiede l’ergastolo per Giampà e il killer Dattilo

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Tutto è avvenuto in quel 6 giugno 2011. Villella e Giampà si misero d’accordo: dovevano andare a rubare piantine in un vivaio. Si trovarono lì poco prima delle 23, davanti ad una delle tante aziende floricole accanto all’aeroporto di Lamezia. Giampà arrivò con suo cognato Michele Dattilo, un anziano ex galeotto di Porto Azzurro che qualche mese prima era stato sorpreso a coltivare marijuana nel suo orto. Secondo la ricostruzione della pubblica accusa il pregiudicato aveva un fucile. E appena Villella cominciò a prelevare le prime piantine per caricarle sul furgone dell’azienda di spedizione per cui lavorava, arrivò il primo sparo. Un colpo all’anca, l’altro alla spalla mentre il giovane tentava di scappare, poi altre due cartucce caricate a pallettoni che non gli diedero scampo.
Finita la missione i due andarono a casa del killer. Alle 23.02 Giampà mandò un Sms alla nuova vedova. Scrisse: «Ti amo ti amo ti amo». Per il Pm suona come un “missione compiuta”. Alla richiesta di due ergastoli gli imputati chiusi in gabbia ieri non hanno avuto un minimo di reazione.
Il 16 dicembre la Corte popolare presieduta da Giuseppe Neri ascolterà l’avvocato di parte civile Antonio Larussa e i difensori Salvo Staiano, Pino Zofrea e Leopoldo Marchese. I loro punti di forza sono tanti: il processo è indiziario, non ci sono testimoni, e non è mai stato trovato il fucile da caccia usato dall’assassino. In più c’è un’incognita: delle ferite lievi riscontrate sul cadavere da proiettili di pistola. Un dato che apre un nuovo giallo su un delitto anomalo che sembra l’esatto contrario di un femminicidio. (Gazzetta del Sud – V.le.)