OPERAZIONE MEDUSA: il giudice ha depositato le motivazioni della sentenza di condanan a capi e gregari dell’associazione mafiosa

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Ottocento pagine con le quali il giudice Mastroianni definisce la posizione dei singoli imputati e il ruolo che gli stessi svolgevano all’interno del clan, «promosso, organizzato e diretto da Francesco Giampà inteso ‘U Prufessuri’ , in qualità di capo riconosciuto del locale di Nicastro, detenuto, ma ancora in grado di impartire ordini e direttive dal carcere agli affiliati, tramite i prossimi congiunti, considerato capo indiscusso della cosca unanimemente riconosciuta in Lamezia Terme e nel territorio calabrese quale cosca “Giampà”, ed all’interno del quale erano conglobante le famiglie dei Notarianni e dei Cappello».
Il magistrato descrive anche il metodo con il quale la cosca, «mediante il controllo capillare del territorio, si avvaleva della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva, sia nei confronti dei parenti delle vittime degli omicidi, sia nei confronti delle vittime dei
danneggiamenti, delle estorsioni e delle usure, sia nei confronti della comunità, imprenditoriale e non, del circondario lametino in generale, per commettere più delitti, in massima parte contro il patrimonio e contro la persona (danneggiamenti minacce estorsioni-usure-omicidi di elementi degli schieramenti criminali contrapposti) nonché delitti di detenzione/porto anni e di detenzione/spaccio sostanze stupefacenti e altro di cui ai capi che seguono, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di varie attività economiche, nonché di talune ditte operanti in campo edilizio, anche approfittando della contiguità compiacente di alcuni titolari di tali ditte nei confronti, soprattutto di Pasquale Giampà “Millelire” e Vincenzo Bonaddio “Ca-Ca”, al fine di realizzare comunque profitti o vantaggi ingiusti per sè e/o per altri».

Un procedimento, scrive il giudice, che rapprenta il risultato della sinergia delle diverse forze dell’ordine che negli anni «hanno svolto indagini riguardanti l’esistenza di un’associazione a delinquere di stampo mafioso e che si è caratterizzata per la molteplicità dei contributi dichiarativi forniti dai collaboratori di giustizia che – scrive ancora il giudice – il proposito di collaborare anche in costanza di processo, hanno consentito di ricostruire compiutamente l’esistenza attuale, gli assetti e l’operatività della cosca»
Particolare attenzione, infatti il giudice nella sue motivazioni le dedica alle rivelazioni dei vari collaboratori di giustizia che per il magistrato «costituiscono senza ombra di dubbio il fondamento dell’ impianto accusatorio» anche perché, sottolinea, «i contributi dichiarativi acquisiti nel processo provengano da soggetti tutti qualificati, o perché prima intranei al contesto associativo (si pensi al Giampà Giuseppe, reggente della cosca, ai componenti della famiglia Cappello, Saverio, Rosario e Giuseppe, appartenenti alla famiglia della montagna inglobata nella cosca Giampà, al Torcasio Angelo ed al Cosentino Battista, soggetti vicini al Giampà Giuseppe ed “operativi” nella chiusura delle estorsioni), o comunque allo stesso vicini per ragioni di parentela (si pensi ai coniugi Angotti Giuseppe e Notarianni Rosanna, rispettivamente cognato e sorella di Notarianni Aldo, uno dei pilastri della cosca facente parte della cosiddetta “commissione) o comunque di affari (Belnome Antonino e Michienzi Francesco)».
Dichiarazioni che per il magistrato «hanno superato il vaglio di credibilità soggettiva ed intrinseca». (Gazzetta del Sud – G.na.)