A Pasquale Giampà confermata la condanna di 10 anni. Sconto di pena di 6 mesi in appello

È stata ridotta di sei mesi la pena che i giudici di appello il 14 luglio dell’anno scorso avevano inflitto a Pasquale Giampà, 47 anni, ritenuto un esponente di vertice dell’omonimo clan mafioso lametino. S’è trattato di un ritocco alla condanna di primo grado emessa dal Tribunale lametino presieduto da Pino Spadaro il 16 ottobre 2009, che lo aveva condannato a 15 anni e 10 mesi di reclusione, riconoscendolo colpevole di tentata estorsione aggravata in concorso ai danni del commerciante Rocco Mangiardi. Ieri i giudici della Corte d’appello di Catanzaro, che hanno di nuovo esaminato gli atti processuali, hanno rinviato ad altra sezione gli atti processuali per un nuovo giudizio. I giudici d’appello hanno condannato Giampà a 10 anni di carcere. La rappresentante della pubblica accusa Alessia Miele aveva insistito perché restasse immutata la condanna dell’imputato, ottenendo ragione dalla Corte, per questo motivo lo sconto di pena è stato di soli sei mesi. Una sentenza che certamente verrà impugnata dal collegio difensore, una volta che saranno acquisite le motivazioni che hanno portato i giudici d’appello alle conclusioni di ieri. Quindi non finisce la vicenda processuale che vede coinvolto Giampà, arrestato insieme ad Antonio De Vito nel marzo del 2007 nell’ambito di un’operazione della polizia di Stato definita “Progresso”, insieme ad altre due persone con l’accusa di tentata estorsione ai danni del commerciante Rocco Mangiardi al quale sarebbe stato imposto il pagamento di un pizzo mensile di 1.200 euro. Accuse che Giampà e De Vito hanno sempre respinto nel corso del processo sia davanti alla sezione penale del tribunale lametino, sia ai giudici della Corte d’appello di Catanzaro. Contro le sentenze di condanna gli imputati hanno fatto ricorso ai giudici della Cassazione che il 12 luglio scorso confermò la decisione di secondo grado per l’imprenditore De Vito, annullando invece quella emessa nei confronti di Giampà solo per quanto riguarda la valutazione della pena. I magistrati confermarono anche la condanna che fu inflitta a Maria Ilaria Pallaria dai giudici d’appello che riformularono la sentenza emessa in primo grado. Il Tribunale lametino oltre ad aver condannato Pasquale Giampà a 15 anni di reclusione, per Antonio De Vito dispose 11 anni, e per Pallaria 2 anni per favoreggiamento. Il procuratore generale Domenico Prestinenzi nella fase dibattimentale dell’appello aveva chiesto la conferma delle condanne di primo grado, pene che furono invece modificate dai giudici di secondo grado. Durante la fase dibattimentale, gli avvocati difensori fecero rilevare alla corte che c’erano state delle irregolarità nelle registrazioni audio dell’udienza del 9 gennaio 2009, nel corso della quale Margiandi aveva fatto delle dichiarazioni accusatorie, in seguito alle quali De Vito rese delle dichiarazioni spontanee. Secondo i difensori nel corso di quella registrazione sarebbero emerse delle differenze tra quanto dichiarato e quanto registrato. Dubbi e perplessità che s’aggiunsero a quelli espressi dalla difesa anche su una bobina con la registrazione di importanti intercettazioni. Secondo i legali fu manomessa, il nastro fu tagliato di netto, un pezzo fu asportato, e nella cassetta fu versata della colla per renderla inutilizzabile. Tesi che non hanno trovato conferme in nessuna delle sentenze successive.