Pentiti lasciati soli senza nessun futuro

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I collaboratori di giustizia? “Abbandonati a se stessi”. E le promesse ricevute dallo Stato? La prospettiva di cambiare vita, di dare un futuro diverso alle proprie famiglie? “Tutta una farsa”. Giulio Calabretta è il difensore di Luigi Bonaventura, il superpentito della ‘ndrangheta crotonese che, alcuni giorni fa, ha denunciato di essere scampato a un attentato nella località protetta in cui risiede da quattro anni. Protetta si, ma per modo di dire. Il suo caso, dunque, ha riportato l’attenzione sul microcosmo degli ex criminali arruolati dalla Legge: circa 800 in tutto, senza contare la pletora di familiari al seguito per ognuno di loro.

E’ un sistema con troppe falle e incongruenze, sottolinea l’avvocato lametino, senza contare che alcuni collaboratori continuano ugualmente a delinquere. Il caso di Bonanventura, poi, è emblematico. In questi anni il suo comportamento è stato impeccabile. Ha dato un contributo fondamentale nei più importanti processi antimafia, e ora si trova completamente abbandonato a se stesso”.

Una situazione in parte analoga a quello di Francesco Marino Mannoia, l’ex chimico della mafia palermitana, che trovandosi senza una casa in cui vivere, alcuni mesi fa tentò il suicidio per la disperazione. Suicidio fallito, a differenza di quello di Giuseppe Di Maio, un altro ex picciotto finito stritolato nella morsa della sua nuova vita. Già, ma quale vita?

Tantissime limitazioni personali, una serie infinita di frustrazioni, e quando poi ti trovi davanti a un problema sei solo. I tuoi diritti non esistono, specie se si tratta di denaro. E’ un sistema che rischia di portarti alla pazzia”. E a proposito di soldi, il nodo potrebbe essere tutto lì, dal momento che nell’ultimo anno, i fondi da destinare ai servizi di protezione dei collaboratori di giustizia sono passati da 70 a 34 milioni di euro, meno della metà, dunque. Un taglio drastico che per Calabretta rappresenta solo una parte del problema.

E’ tutto il sistema che fa acqua. I documenti di copertura non servono a nulla: non puoi aprire un conto in banca, andare in un centro per l’impiego, trovare un lavoro. Non mancano soltanto i soldi, piuttosto è assente la prospettiva del reinserimento sociale”. Un tormento che non assilla solo i diretti interessati, ma anche i loro familiari. Non a caso, solo alcuni giorni fa, CO pubblicava la drammatica lettra manifesto della moglie di Luigi Bonaventura. “E’ rimasta vittima di un caso di malasanità e la beffa è che non ha potuto denunciare i responsabili, altrimenti lei e i suoi figli avrebbero dovuto subire il trasferimento d’urgenza in un altra località. Tutto ciò è terribilmente ingiusto. Anche perchè, quando le inchieste antimafia vanno a buon fine, questori e magistrati fanno carriera, mentre i veri artefici di quei successi, i collaboratori di giustizia, si ritrovano a vivere senza identità. Bonaventura attende un rimborso spese da circa un anno e chissà quanto dovrà attendere ancora. E si tratta di soldi che lui ha anticipato e ha tutto il diritto di riaverli indietro. Nel frattempo, però, fatica ad arrivare a fine mese. Ma è davvero così che si pensa di affrontare la lotta alla mafia?

Cosa accadrà ora è davvero difficile stabilirlo. Del caso è stata informata la parlamentare Angela Napoli, ma la strada si annuncia lunga e tortuosa.

E sempre Calabretta a confermare questi timori: “Ho segnalato al Servizio centrale di protezione come l’incolumità di Bonaventura e dei suoi familiari sia a rischio, ma ancora non ho ricevuto alcuna risposta. Mercoledì scorso, lui stesso si è fatto sentire da loro, minacciando di gettarsi da una finestra. Sa com’è andata a finire? Nessuno è andato a controllare se poi l’avesse fatto per davvero. Cosa bisogna dedurne allora, che sarebbero contenti se le cose finissero così? Certo, per qualcuno sarebbe un problema in meno”.