PROCESSO PERSEO: parla il pentito Saverio Cappello: «I Gualtieri avevano chiesto la pax mafiosa al boss, ma il “Professore” non voleva». Taglia di 100mila euro su Giuseppe Giampà da parte dei Torcasio

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Racconta Saveio Cappello da collaboratore di giustiza che dopo l’omicidio con Giuseppe Giampà, Maurizio Molinaro e le rispettive mole aveva organizzato una cena in un ristorante “dove non potevamo essere intercettati“. Il giovane boss ordinò una bottiglia di champagne e quando lo stappò disse: “Brindiamo a quel cornuto“. Era bruno Cittadino appena ammazzato.
Una guerra sanguinosa quella tra i Giampà di Via del Progresso, contro i Torcasio di Capizzaglie ed i Gualtieri del Timpone. Saverio Cappello, che faceva parte di “quelli della montagna”, cioè del clan Cappello-Arcieri di Bella, in videoconferenza nel processo ricorda che nel 2006 si parlava di pax mafiosa. «La cercava Antonio Gualtieri tramite Nino Cerra. S’erano avvicinati a Pasquale Giampà “Millelire”». Anche nel carcere di Siano alcuni Gualtieri volevano ingraziarsi Giuseppe Giampà. «Ci furono delle riunioni. Alcune nella stalla di Pasquale “Millelire”, con esponenti di cosche di Reggio. Erano stati invitati anche i capi del clan Iannazzo, ma fecero sapere che non volevano riappacificarsi con i Gualtieri, che non volevano averci nulla a che fare».
I Giampà però avevano mangiato la foglia. Cappello: «Abbiamo pensato che fosse solo una strategia dei Torcasio-Cerra-Gualtieri per distrarci e poi attaccarci alle spalle. Giuseppe Giampà ci disse che suo padre dal carcere di Bologna gli aveva fatto sapere di essere contrario alla pace con i Gualtieri. E che invitava a guardarci le spalle. L’unico che ci credeva era “Millelire”. Ma era tutta una montatura».
La verità venne a galla quando Pasquale “Millelire” fu convocato al commissariato di polizia. Secondo il pentito, gli dissero che era in forte pericolo di vita, avevano saputo che qualcuno voleva cciderlo. Un confidente? Un’intercettazione? Un documento trovato da qualche parte? Può darsi. Ma da allora i Giampà non si fecero più abbindolare da false richieste di pax mafiosa.

RAMIFICAZIONI AL NORD

La colonia dei Giampà al Nord era a Giussano. Nel centro brianzolo di 25mila abitanti aveva messo radici Antonio Stagno, nipote del “Professore”.
Saverio Cappello racconta i legami stretti tra Stagno e i Giampà, non solo parentali. «Ci riforniva di armi, droga, e chiedeva la nostra assistenza per le estorsioni». Come dire che una fetta di Lamezia, quella marcia, s’era trasferita a 30 Km da Milano, in una delle aree industriali più produttive e ricche d’Europa.

La Direzione antimafia milanese nell’operazione “Crimine” dell’anno scorso scriveva: «Emerge il quadro di un sodalizio criminoso quanto all’area di operatività (la Brianza) ed al ruolo di vertice da sempre riconosciuto a Giampà Francesco inteso “Il Professore”, detenuto ma ancora in grado di impartire ordini e direttive dal carcere».

Cappello ieri in udienza ha detto di essere stato tantissime volte a Giussano e di aver partecipato anche ad estorsioni in Lombardia.
«Una volta a me ed a Giuseppe Giampà suo cugino Stagno ci mostrò 4 o 5 pistole tutte nuove. Ci disse che riusciva ad averle direttamente dalla Beretta. Insomma, Antonio Stagno aveva una chiave nella fabbrica». Dopo essersi accordati sul prezzo le armi arrivarono a Lamezia con un corriere. Con lo stesso sistema arrivava anche la cocaina. Almeno un chilo per volta, di meno niente.

(Gazzetta del Sud – V.le.)