Rifugio Fata “stracolmo”. Urge protocollo d’intesa

Il Rifugio Fata, sede distaccata della Lega nazionale per la difesa del cane, che da anni lavora sul territorio lametino accudendo, sfamando e cercando di dare una sistemazione ai cani randagi che affollano la città, si “arrende”. In quanto la struttura non è convenzionata con nessun ente e si autofinanzia grazie alle donazioni e alla vendita di gadget; e si può immaginare quanto possa essere esigua la cifra raccolta rispetto alle spese per il mangime e le cure mediche. Il numero di volontarie operanti nel rifugio è aumentata infatti da tre, oggi sono circa una ventina; ma oltre alle volontarie sono aumentati anche i cani che da dieci sono 170, ai quali si sommano di continuo le cucciolate ritrovate, sul ciglio della strada o chiusi in buste o nei cassonetti dell’immondizia. In una nota il Rifugio rende nota la propria situazione e spiega che, pur avendo intenzione di mantenere «tutta la disponibilità a cooperare nel territorio con le istituzioni preposte a mettere a disposizione la preziosa esperienza che abbiamo accumulato nel tempo, non possiamo fare oltre, non possiamo ospitare più cuccioli o sterilizzare ancora a nostre spese. Siamo volontari, non eroi e neanche talmente ricchi da poterci permettere determinati impegni». Per arginare il problema bisognerebbe sterilizzare i cani senza dimora, i randagi e poi reinserirli sul territorio. «Siamo a disposizione per collaborare con le istituzioni e le altre associazioni e con i cittadini sensibili al problema – continua nella nota il Rifugio – facciamoci carico responsabile, tutti noi società civile, di questa urgenza per non vedere più cuccioli nella spazzatura o a volte torturati da ragazzacci». La legge regionale del 5 maggio 1990, integrata nel 2000, prevede che «gli animali vaganti, almeno nei casi più urgenti, devono essere sterilizzati in modo assolutamente indolore, tenuti in adeguata degenza post-operatoria e reinseriti, ove possibile, nel territorio di provenienza. I Comuni, d’intesa con le Associazioni riconosciute e regolarmente iscritte all’Albo regionale, presenti sul territorio, possono finanziare o autorizzare l’installazione di piccole cucce igieniche rionali». Per Lamezia un miraggio, per altri Comuni la norma. La cooperazione tra l’Asp veterinaria e il Comune non funziona affatto. L’Asp deve contribuire a far sterilizzare i cani e il comune a microcipparli per poterli controllare, ma nessuno fa il proprio dovere anzi cercano di passare il problema. Le associazioni lametine, insieme a un nutrito numero di privati cittadini stanchi di vedere e di aver paura dei randagi che “gironzolano” per strada, insistono perché venga firmato un protocollo d’intesa tra Asp, Comune e associazioni per poter sterilizzare i randagi e reiserirli sul territorio. Non saremmo certamente i primi a sperimentare questo progetto di emergenza, infatti ha già riscosso successo in Campania e in altre regioni. Per esempio a Sciacca, in provincia di Agrigento, i cittadini che accudiscono cani che vivono in strada possono fruire del servizio di sterilizzazione telefonando ad un numero creato ad hoc. Il personale comunale provvede a prelevare gli animali, i quali, dopo che i veterinari del servizio di sanità pubblica veterinaria dell’Asp, distretto di Sciacca, procedono alla sterilizzazione, vengono reintrodotti nel luogo dell’originario prelevamento. Le associazioni cittadine si mostrano favorevoli a creare una mappatura del territorio e a monitorarlo. Nell’ambulatorio del canile municipale provvedono a sterilizzare solo gli animali in loro custodia, hanno oltre 500 cani, molto di più che nei canili di tante città più grandi. I costi sono alti, considerando che una nuova circolare impone che ogni spesa per i cani del canile ricade sui Comuni. Inoltre sembra che non sia vero che non si sta procedendo a fare accalappiamento dei randagi, anzi il servizio esiste ed è di competenza dell’Asp che invia mezzi e personale da Catanzaro.