Ruggero Pegna rivolgendosi a Tano Grasso: “Il fallimento è tutto suo”

Egregio signor Grasso, ho appena appreso la notizia delle sue dimissioni. Le scrissi quando lessi il suo cosiddetto progetto culturale, le scrivo ora, a conclusione di questa sua avventura lametina. Le espressi subito la mia disapprovazione per quello che, a tutti gli effetti, era un manifesto offensivo di Lamezia e dei suoi cittadini, gliel’ho riscritto a proposito degli stessi insulti che ha ripetuto sull’opuscolo del suo festival, glielo esprimo ancora ora, nella speranza che l’aiuti a comprendere le ragioni del suo fallimento ed evitarle, in futuro, di accettare incarichi per i quali non ha, secondo me, la necessaria competenza e la giusta predisposizione umana”.

Si esprime così Ruggero Pegna sulle dimissioni dell’assessore alla cultura del comune di Lamezia Terme Tano Grasso. Un vero e proprio attacco frontale con l’accusa a Grasso di aver fatto precedere il suo progetto culturale da “premesse, irriguardose verso la città” senza prendere in considerazione “le realtà positive esistenti”

“Lei, egregio signor Grasso, continua Pegna, forse non per colpa sua, si è sentito eroe in terra di briganti o, come ha sempre detto, terra di mafia, evitando di documentarsi sul contesto che avrebbe dovuto guidare con la delega avuta. Non è con un festival di libri sulle mafie, peraltro a costi ingenti e ingiustificati, che si combatte il male. Piuttosto, è conl’azione costante esercitata con momenti di pacifica aggregazione e confronto di ogni tipo e genere culturale, e non solo parlando di mafia in ogni occasione, che si formano le coscienze e producono i conseguenti comportamenti. E’ con il sostegno ai cittadini che fanno bene e producono anche per la collettività, tra mille difficoltà, che si aiuta una città a crescere, migliorare, emarginare il male. Lei, in questo periodo da assessore, ha invece combattuto, o al minimo sminuito o ignorato, ogni iniziativa positiva, per assurgere a ruolo di messia in una realtà infestata da delinquenza e crimini. Nel rispetto di questa immagine da Bronx, utile ai supereroi per fare carriera, lei ha ritenuto di non dover aprire gli occhi. Anche oggi che va via, lo fa sbattendo la porta, insultando la città in cui, di tanto in tanto, è venuto per il disbrigo di qualche adempimento da assessore. Lo fa, ancora, al limite della calunnia di un territorio che, invece, doveva aiutare ad amministrare. Si rassegni: il suo fallimento è tutto suo, la città non c’entra niente”.