SLC Calabria: stop al liberalismo sfrenato nei call center 1000 i posti di lavoro persi nell’ultimo anno, 2000 a rischio entro fine anno.

Gli ultimi dati forniti dall’ISTAT sulla disoccupazione ci raccontano di un paese sull’orlo del baratro. Secondo quanto emerge dai dati dell’istituto la disoccupazione giovanile è arrivata al 28,6%, su un complessivo di oltre 2 milioni di disoccupati in Italia. Ma ancor più preoccupante è la situazione se, analizzando attentamente il dato, ci si rende conto che nel conteggio non figurano gli inattivi ed i cassintegrati in deroga. Sono infatti oltre un milione e mezzo le persone, che scoraggiate e sconfortate dalle offerte del mercato del lavoro smettono di cercare attivamente un posto di lavoro. Aggiungendo a questa schiera di “quasi disoccupati” i dati relativi a tutte quelle lavoratrici e quei lavoratori in cassa integrazione per aziende che di fatto non esistono, il dato diventa ancor più drammatico. Quest’ultimo è il caso di circa 2500 lavoratrici e lavoratori di Call Center in Calabria. Multivoice, Web Call Center Ring, Soft 4 Web, Giary Group rappresentano ben 4 aziende dislocate nel territorio regionale che hanno migliaia di dipendenti in cassa integrazione in deroga. Quattro aziende, tre territori coinvolti, migliaia di giovani, storie simili, ma stesso epilogo. Questi i numeri del “lassez-faire” che ha caratterizzato il settore call center in Calabria negli ultimi 3 anni. Un settore, quello delle imprese eroganti servizi di call center, che con l’avvento del Ministro Sacconi ha ripreso la scia dello sfruttamento, dell’abbassamento dei diritti, della precarizzazione, delle delocalizzazioni incontrollate, del dumping diffuso. I tre anni del terzo Governo Berlusconi saranno ricordati in questo settore come i peggiori anni vissuti per migliaia di lavoratrici e lavoratori in Italia che prestano la loro opera in queste nuove fabbriche. Operai con la cuffia, infatti, può essere il termine più adatto a definire la schiera di giovani, e non solo, che prestano la loro attività in queste nuove catene di montaggio, dalle quali però di fatto nessun bene di consumo viene prodotto. Fabbriche di servizi, produttori di chiamate, che al fianco della crisi internazionale che ha colpito l’intera economia, in Calabria si accompagnano a malagestione, malapolitica, malaffare. Questo mix di concause hanno prodotto di fatto lo smantellamento delle circolari Damiano, grazie alle quali si erano stabilizzati circa 10mila addetti nella sola terra calabra. Tra il 2009 ed il 2010 tra le aziende del perimetro Phonemedia, ed altre aziende come Bluecall, Giary Group, Gb Service, Call Sat, oltre 2500 sono stati i posti di lavoro persi in Calabria. Le prospettive per questo nuovo anno sono tutt’altro che idilliache, c’è il rischio che altri 500 posti di lavoro si aggiungano nel corso del 2011 alla già abbondante scia lasciata nel 2010. E se da un lato questi sono i numeri dei posti di lavoro “stabili” persi nel corso di quest’ultimo biennio, dal lato opposto assistiamo al proliferare di call center, di svariate dimensioni, e dalla più improbabili collocazioni, che “impiegano” con contratti precari, dalla misera retribuzione e dalla più totale assenza di diritti, con un sistema di selezione e gestione dell’azienda, che potrebbe tranquillamente essere definito come un “caporalato in senso lato”. Occorre con un urgenza un patto di settore che vincoli le istituzioni, le parti datoriali e le grandi aziende committenti ad una regolamentazione che blocchi i fenomeni di delocalizzazione e di dumping che oramai rappresentanto una costante dell’economia di settore. Accordi al massimo ribasso, subappalti di subappalti, portano esclusivamente le azienda a trasferire importanti stabilimenti all’estero (Nord Africa ed Est Europa) o alla nascita di aziende che nel Mezzogiorno arraffano fondi pubblici, intelligenze, forza lavoro per poi come meteore dissolversi nel nulla, lasciando senza lavoro, e con poche speranze migliaia di figle e figli della nostra terra. Vittime di una globalizzazione incontrollata e deregolamentata, lasciata dal governo nazionale alla deriva gestionale di pseudoimprenditori che, come gli Imperi colonizzatori di secoli addietro, valicano il Pollino da portatori di beni, ricchezze ed investimenti per la nostra terra, per poi fuggir via dopo averla deturpata oltremodo. E le macerie che restano sono accompagnate da un vento di disillusioni, di sfiducia, di sconforto che attanagliale menti ed i cuori di giovani calabresi che riponevano in quella struttura, in quel lavoro, la loro vita. Una vita di affitti, di mutui, di rate. Una vita di prospettiva familiare, che in poco tempo si è trasformato in un incubo senza via d’uscita.

Occorre un patto di settore, una proposta di regolamentazione, che dia dignità industriale a questo comparto, che di fatto rappresenta oramai una importante realtà produttiva ed economica all’interno del sistema economico nazionale. Richiamiamo Governo e Confindustria a favorire un percorso di messa in sicurezza del sistema produttivo, che garantisca stabilità e lavoro alle migliaia di lavoratrici e lavoratori che operano nel settore. La Calabria è già stata vittima di un violento “tsunami”, quello relativo al terremoto Phonemedia, ed all’orizzonte non solo non si vede l’alba, ma cominciano ad intravedersi scenari ancor peggiori. Le istituzioni intervengano per tempo, non possono essere solamente gli ammortizzatori sociali, la risposta al lavoro che non c’è.