“Un anno per ogni persona. Tanto vale la vita di un uomo?”

Gennaro Perri è uno dei due miracolati, anche se ha perso il fratello Rosario quel maledetto 5 dicembre 2010 quando morirono sul colpo sette cicloamatori e un altro dopo due mesi e mezzo di coma. Insieme all’avvocato Fabio Davoli sono infatti sopravvissuti alla strage. C’erano infatti anche loro in quel gruppo che la mattina di quella domenica 5 dicembre erano partiti in sella a una bici per la solita uscita. Da grandi appassionati. Gennaro Perri e Davoli, insieme a tanti parenti e familiari delle vittime, erano in aula ieri mattina seguendo l’ultima udienza fino alla lettura della sentenza. Che non ha soddisfatto i parenti delle vittime.

Un primo commento arriva da Fabio Davoli, secondo il quale “il giudice credo che abbia cercato di emettere una sentenza più equa possibile, anche per evitare che poi in appello possa essere stralciata sostanzialmente”.

Davoli però ritiene che “ci stavano tutti i presupposti per il massimo della pena, non ci sono dubbi”.

E spiega che “probabilmente il giudice ha ritenuto di voler concedere un beneficio proprio per evitaer che questo tipo di sentenza possa essere stralciata nelle fasi successive e quindi in modo che abbiamo conferma fino all’ultimo stadio del nostro sistema giudiziario”.

E dal punto di vista morale “ritengo che personalmente avrei dato il massimo della pena, non ritengo di voler censurare la sentenza del giudiche che credo abbia ritenuto in scienza e coscienza che quella era la pena giusta. Per ottenere giustizia ovviamente ancora ci vorrà del tempo e speriamo che l’ottimo impulso che hanno dato sia il magistrato che ha sostenuto l’accusa e sia chi ha deciso, sia dato anche nelle fasi successive, in appello e in cassazione. E’ una sentenza che non condivido ma che rispetto, la responsabilità è del legislatore che ha lasciato una lacuna per questo grave tipo di reato”.

Non si da invece pace Gennaro Perri, in aula insieme alla moglie. Non ci sta. “Dovevano dare almeno il massimo. Otto anni non sono niente per quello che ha fatto. Gli hanno dato un anno per ogni persona che è morta. La vita di una persona vale un anno di carcere? Dicevano che era un caso mai successo nel mondo, ma la pena non è l’unica al mondo. Non è una pena esemplare, adesso questo chiede l’appello e non fa niente. Un anno già lo ha fatto a casa, su facebook”. Accanto a Perri c’è la moglie. Che aggiunge: “Sta comodamente seduto a casa sua, ha stravolto la vita di dieci famiglie e della città intera. Non è giusto. Meritava molto di più. Speriamo di non fermarci qua, tutti, perchè quello che è avvenuto oggi non è una cosa giusta. Non è una sentenza giusta dal nostro punto di vista”.

E in aula c’erano anche i familiari di altre vittime, fra cui quelli di Vinicio Puppin, che però si sono limitati a dirsi “delusi” preferendo evitare di fare altri commenti sulla pena di otto anni inflitta all’imputato. Non soddisfatti della sentenza anche gli avvocati delle parti civili. “Dobbiamo leggere le motivazioni, ha detto l’avvocato Francesco Pagliuso, per capire perchè ci siano state le attenuanti generiche.” E per Francesco Caglioti “ciò che stride è l’equivalenza delle attenuanti generiche rispetto ad aggravanti specifiche. Anche gli amici dell’imputato hanno riferito che era solito mettersi alla guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti”.

E l’Asaps, l’associazione sostenitori della Polstrada,  si associa alle parole di delusione e amarezza espresse dai familiari degli otto ciclisti e alle perplessità degli avvocati di parte civile. “Vogliamo solo ricordare qui, commenta il presidente Giordano Biserni, senza neanche sforzarci di immaginare quali sarebbero state le pene se fosse stato da tempo approvata la legge sull’omicidio stradale, che già oggi per un omicidio plurimo (e più plurimo di così è impossibile trovarne), aggravato dalla guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, la pena prevista dall’art. 589 del codice penale poteva arrivare fino a 15 anni. Ma, lo sappiamo, le pene massime, specie per gli omicidi della strada, sono e rimangono scritte sulla carta, per l’applicazione di riti abbreviati, patteggiamenti e attenuanti. La sentenza di Lamezia dimostra ancora una volta di più che gli omicidi della strada sono considerati “reati nanì”. Dobbiamo aiutarli a salire allora sulle spalle di una nuova figura di omicidio. Per questo oggi siamo ancora più convinti dell’urgente necessità dell’approvazione della proposta di legge popolare sull’omicidio stradale, per la quale l’associazione Lorenzo Guarnieri col sostegno di Asaps e dell’associazione Lorenzo Borgogni, sta raccogliendo le firme. Firme che hanno già superato quota 45.000. Per questa ipotesi di guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, la proposta di legge sull’omicidio stradale avrebbe previsto una pena minima di otto anni e massima di 18 e pene inasprite per il plurimo, con l’ergastolo della patente. Una previsione di sanzioni sacrosante. Ci auguriamo che la politica trovi il modo di farsene carico e in tempi brevi. Intanto fra qualche anno quel conducente, con le leggi attuali, potrà tornare a guidare tranquillamente sulle nostre strade, come se non fosse successo niente”.