Vibo Valentia, omicidio Colloca: otto indagati, anche moglie e figlio della vittima

VIBO VALENTIA – Clamorosa svolta nelle indagini sulla morte di Nicola Colloca, l’infermiere 48enne in servizio all’ospedale di Vibo Valentia, il cui cadavere fu trovato carbonizzato, insieme alla sua auto, il 25 settembre 2010 a Pizzo Calabro.

Ad oltre sette anni dalla tragedia la Procura di Vibo ha chiuso finalmente le indagini notificando un avviso di conclusione indagini ad 8 indagati, tra loro anche la moglie, il figlio ed i cognati della vittima.

Devono rispondere di concorso in omicidio e distruzione di cadavere: Caterina Gentile, 48 anni, moglie della vittima; Luciano Colloca, 26 anni, figlio dell’infermiere; Caterina Magro, 41 anni, nata a Vibo, ma residente a Terni; Michele Rumbolà, 62 anni, di Vibo; Nicola Gentile, 54 anni, di Vibo e Domenico Gentile, 42 anni, di Arena, cognati di Nicola Colloca. Favoreggiamento è il reato ipotizzato invece nei confronti di Domenico Antonio Lentini, 56 anni, e di sua moglie Romanina D’Aguì, 52 anni, entrambi di Vibo Valentia.

Secondo gli inquirenti l’omicidio dell’infermiere sarebbe maturato in ambito familiare e sarebbe da ricondurre a motivi di carattere economico, in particolare a questioni legati all’eredità di circa 200 mila euro, i risparmi accumulati in una vita dall’infermiere.

I FATTI | Nicola Colloca sarebbe stato ucciso con un corpo contundente in testa che ha provocato “un trauma cranico contusivo e fratturativo sulla porzione sinistra della volta cranica, tale da produrre conseguenze encefaliche ed emorragiche”.

Il cadavere dell’infermiere venne ritrovato in una pineta tra Pizzo e Sant’Onofrio nel settembre del 2010 all’interno della sua auto una Opel Corsa completamente distrutta dalle fiamme. Da qui l’ipotesi di distruzione di cadavere contestata a sei degli otto indagati, in pratica ai suoi più stretti congiunti: moglie, figlio e cognati. L’ipotesi degli inquirenti è ormai chiara: Nicola Colloca sarebbe stato colpito con un oggetto, caricato a bordo della sua auto e bruciato ancor prima della morte causata dall’emorragia alla testa mentre l’incendio divampava.