Catanzaro, mille domande al corso sul lutto perinatale di Acquamarina

CATANZARO – Come si fa a discutere di “lutto perinatale” se in un Paese come il nostro la sola evenienza di una gravidanza infausta è considerata un tabù? Eppure la perdita di un figlio durante il periodo di gestazione o anche immediatamente dopo il parto capita di sovente, ed occorre dare un nome a quello che rischia di rimanere un evento devastante dal punto di vista psicologico se non opportunamente “interiorizzato”.
Nascita e morte sono le facce della stessa medaglia, avendo per base comune la “fisiologia”. Chi opera sul campo lo sa bene, ed è per questo che, accogliendo l’iniziativa del corso formativo di tre giorni organizzato dall’associazione “Acquamarina” all’ospedale “Pugliese” di Catanzaro, ha ritenuto fosse importante prepararsi a contenere un dramma di tale portata ascoltando i suggerimenti dalla viva voce di Claudia Ravaldi che, oltre ad essere medico psichiatra e fondatrice di “Ciao Lapo Onlus”, è anche una mamma che ha vissuto la tragica esperienza della perdita di un figlio.
La Ravaldi, alle componenti dell’associazione “Acquamarina” presieduta da Licia Aquino, alle ostetriche, ai medici (pochi per la verità), alle studentesse ed alle madri che hanno preso parte al corso, dal 15 al 17 dicembre, ha spiegato quanto la vicinanza alle madri, alla coppia ed ai familiari più stretti (in particolare ai nonni) sia fondamentale per il superamento delle situazioni più sgradevoli. Ne è venuto fuori un incontro-confronto in cui molte delle donne presenti, accomunate dall’identico stress emotivo che anche dopo tanti anni provoca ferite sanguinanti, hanno confessato di avere ancora impressa l’immagine del figlio prematuro, presentata senza più un soffio di vita in una fredda vaschetta di metallo. Quanto conta, allora, il contorno all’interno di un simile dramma? E quant’è importante utilizzare il giusto linguaggio quando ci si rapporta ad una famiglia intera che di certo non contemplava la possibilità della perdita di un bambino tanto atteso?
Eppure in Italia vi è un ritardo spaventoso nella gestione di un evento che continua ad accadere spesso, soprattutto in rapporto all’esperienza gestazionale che non è più quella di settanta anni fa, ed all’età sempre più tarda delle donne che si accingono ad essere madri per la prima volta. Esiste una legge che dispone l’obbligo di registrazione e di sepoltura per i feti morti dalla 28^ settimana in poi: e per tutti quelli nati morti prima? E’ lecito che non abbiano diritto ad un nome, ad una sepoltura, come se non fossero mai esistiti? Ed è giusto che i genitori non vengano messi nelle condizioni di prendersi tutto il tempo necessario per vedere il loro bimbo, per salutarlo?
Le situazioni, insomma, sono le più diverse: c’è il dramma che segue ad un aborto terapeutico, quello che vede la sopravvivenza di uno solo dei gemelli nell’utero, quello che interessa la coppia in attesa del primogenito. La capacità di entrare “in sintonia” con i protagonisti dell’evento luttuoso, quindi, è più che mai necessaria: ed in mancanza di un aggiornamento adeguato, è bene che gli operatori chiamati a gestire tali situazioni ricerchino queste importanti occasioni di confronto.