Il bambino invisibile di Manuel Antonio Bragonzi scritto insieme a Marcello Foa

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Manuel Antonio Bragonzi – Marcello Foa – Piemme – pag. 277 – € 16,50 – ISPIRATO AD UNA STORIA VERA

Solo oggi Manuel Antonio Bragonzi è riuscito a raccontare in un libro la sua storia. Gli anni con l’uomo che aveva ucciso sua madre in Cile, la fuga da casa e la sopravvivenza nei boschi tra gli animali. Fino ad un nuovo inizio.

Se la storia fosse inventata, sarebbe inverosimile, irritante. Ma è incredibilmente vera, dalla prima all’ultima parola: vera nel senso di accaduta – 30 anni fa, in un villaggio di campesinos – e il protagonista è un giovane uomo di 36 anni, Manuel Antonio Bragonzi, che nel 1985 è stato adottato in Cile da una coppia milanese: oggi si occupa di produzione video, è sposato con Vera da 11 anni e ha tre bambini, due maschi e una femmina, di 10, 5 e 4 anni.
La sua vicenda è diventata un libro grazie a un incontro fortuito con Marcello Foa, giornalista, docente universitario e scrittore, che ha saputo trasformare il caso in un lungo racconto a quattro mani e in una solida amicizia. Il bambino invisibile è il titolo del libro ed è stata la condizione in cui tra i 5 e gli 8 anni Manuel Antonio ha vissuto: da solo, nei boschi, inselvatichito, un cucciolo abbandonato ma ben deciso a sopravvivere, che impara a cacciare dagli animali, a resistere al freddo, al dolore, alla morte. Che a molti sarebbe sicuramente parsa preferibile: a 3 anni Manuel assiste all’omicidio di sua madre, incinta. Solo al mondo, vive nella casa dell’assassino e nell’indifferenza di chi sa e tace, allevato a cinghiate e soprusi: quando un brandello di verità affiora, fugge nel bosco, che gli appare una casa migliore di quella che lascia, i rami degli alberi accoglienti come le braccia di sua madre, la natura un’interlocutrice leale. Verrà trovato, pieno di piaghe e malattie ma vivo, curato e portato in un orfanotrofio. Pronto a rinascere perché ha custodito il buono della sua mamma ed è stato capace di riconoscere il bello di gesti senza tornaconto, da sconosciuti che gli hanno dato un appiglio di speranza: come il cacciatore che gli regala il suo coltello, o la signora che lo soccorre quando precipita da un albero, il braccino spezzato, e lo cura senza chiedere nulla in cambio.
Spiega Marcello Foa: «Manuel Antonio ha avuto una grandissima forza interiore, è una di quelle persone che accettano anche il brutto della vita, ma non si snaturano e non si lasciano travolgere. Credo che la sua esperienza possa essere un esempio positivo per chi soffre, la dimostrazione che anche in condizioni estreme è possibile mantenersi integri».
Ci ha messo molti anni, Manuel Antonio Bragonzi, a tirar fuori la sua storia, che nessuno, né i genitori, né la moglie, né gli amici, conoscevano per intero. Perché era molto difficile raccontarla anche a se stessi: «A un libro pensavo da anni, la prima volta ne avevo 15. Marcello mi ha aiutato a guardarmi da un’altra prospettiva. Alcune cose mi sono tornate in mente parlandone con lui. È stato doloroso, sì, anche se ero preparato e certi ricordi non mi avevano mai abbandonato. È stato utile soprattutto a me, questo libro: sono un po’ rinato. E sono tornato in contatto con le cose meravigliose della vita, lo sguardo e le domande che si fanno i bambini: ho tre bimbi piccoli, molte volte ho pensato che se si fossero trovati a 5 anni da soli in un bosco sarebbero morti in due giorni. Nel mio caso, sembra incredibile a me per primo, ho imparato a superare le difficoltà, a filtrare il brutto, a isolarmi quando era necessario. Ora sono davvero pronto per tornare laggiù – da solo –, a sentire quei profumi. a incontrare le persone: non odio nessuno, neanche l’uomo che mi ha fatto più male. Mi manca mia madre: e di tutti i ricordi che sono affiorati, è l’unico rimasto in ombra. Perché era sulla porta di casa, quando mi ha chiamato, e io stavo guardando il sole: quando mi sono girato ero abbagliato. Ricordo la sua voce, la sua mano, ma il suo viso è un bagliore. E quella è l’ultima volta che l’ho vista viva».