La grande festa di Dacia Maraini

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Quando non sarò più in nessun dove e in nessun quando, dove sarò, e in che quando? Rizzoli – pg. 223 – € 16,00
E’ un linguaggio profondo e complesso quello con cui ci parlano coloro che abbiamo amato e non sono più con noi, ineffabile come il paese che abitano. I sogni e i ricordi sono il solo passaggio per questo luogo in cui le epoche della vita si confondono “un’isola sospesa sulle acque, dai contorni sfumati e frastagliati”. Così, attraverso il filtro essenziale della memoria e del sogno, Dacia Maraini ci racconta in questo libro intenso e intimo come Bagheria coloro che ha amato, che l’hanno amata e che vivono ora solo attraverso i ricordi: “nel giardino dei pensieri lontani” rievoca e incontra la sorella Yuki, il padre Fosco, Alberto Moravia, Giuseppe Moretti – l’ultimo compagno scomparso prematuramente per una malattia crudele – l’amico carissimo Pasolini e un’inedita e fragile Maria Callas. Perché il racconto ha il potere di accogliere e abbracciare come in una grande festa le persone amate, restituendo al momento della fine, che oggi sempre più si tende a negare, a nascondere, quel sentimento estremo di bellezza e consolazione che gli è proprio.
Dacia Maraini ci regala una storia sincera e struggente, un ritratto memorabile di sé che mescola affetti privati e pubblici, felicità e dolore. Un libro capace di emozioni rare, forte di una vita vissuta fino in fondo e del coraggio della narrazione della maggiore scrittrice italiana.

RECENSIONI

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di Veronica Raimo

Sì, siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, come ci dice Prospero nella Tempesta , ma di che sostanza si tratta? Forse non è un caso che Dacia Maraini nello scrivere questo memoir a frammenti parta dai sogni che l’hanno accompagnata durante la sua vita: i sogni terribili che sembrano un monito, quelli ricorrenti che diventano mondi famigliari, tutte le immagini che non si riescono ad abbandonare. La grande festa è la storia di una sopravvissuta anche ai propri sogni e ai propri ricordi: la storia delle nostalgie ma soprattutto dei distacchi dalle persone che ha più amato. Il padre, la sorella, il suo compagno Alberto, l’amico Pier Paolo, il suo ultimo compagno Giuseppe… Così, in questo senso, La grande festa prende la forma di un rito laico in cui l’autrice chiede ai suoi lettori di partecipare.
Nella Storia della morte in Occidente di Philippe Ariès (un saggio che viene omaggiato implicitamente in tutto il libro e a cui si prende in prestito persino la citazione del titolo) si ricorda come nell’approssimarsi a quella «grande festa» che è la vita dopo l’esistenza terrena, le società precapitaliste avessero concepito un momento liturgico in cui si richiamavano alla memoria una a una le persone care. Il senso è più che evidente: sancire una continuità tra quello che passa e quello che resta. Oggi, se come scrive Ariès e come sottolinea la Maraini, la maggior parte delle morti è pornografica, avviene in ospedale, mentre siamo intubati, privi di coscienza, isolati dal resto della comunità, questo rito diventa impossibile, e al posto del distacco sperimentiamo qualcosa di più simile a una lacerazione.
Perciò questo strano libro imperfetto, pieno di citazioni lunghissime, parentesi che non si chiudono, ritagli da conversazioni private, volute osservazioni naïf, è un libro prezioso: perché è una personale educazione alla morte, rivolta a sé e agli altri, un gesto umano e generoso di chi reclama la necessità di questa condivisione contro l’atroce seduzione di un nulla eterno. E perché sia un’educazione autentica, la Maraini trasforma anche la propria capacità storico-saggistica in un mascherato dialogo platonico, che fa da specchio alle vicende rievocate. Sono le chiacchierate, le telefonate, le mail confidenziali con l’amica filosofa Josepha, a cui è affidato il ruolo socratico di ricordare i miti sulla vita ultraterrena e i vari esempi che le civiltà hanno sviluppato per il culto dei morti.
Eppure, sul significato della morte e su ciò che ci sarà dopo, nessuno è più esperto di un altro, ciascuno di noi costretto a trovare in ultima istanza da solo il senso di quel confine e di quella separazione, di fronte ai quali non vale alcuna sapienza se non quella esperienziale del nostro essere superstiti.
Cosa vuol dire per la Maraini, ad esempio, essere sopravvissuta a coloro ai quali aveva dato una patente di «eternità», come il padre Fosco, come Alberto Moravia, come Pier Paolo Pasolini? Come si fa a custodire un’eredità per coloro che erano stati capaci di preservare la nostra?
E cosa significa invece essere sopravvissuti alla propria sorella e quindi rimanere dadacia_maraini sole a condurre il peso o l’insostenibile leggerezza di quei ricordi d’infanzia che assomigliano a sogni o incubi? Le estati fantastiche e gli anni nei campi d’internamento in Giappone? E una volta reduci, qual è il senso ulteriore di sopravvivere infine anche all’ultimo compagno?
Ma la domanda più lancinante è quella su cui la Maraini diventa più laconica. Sono due pagine di tono completamente diverso dalla disincantata tenerezza che attraversa La grande festa. «Quando sono rimasta incinta io, mia sorella mi ha detto: “Sono felice per te. Spero sia una bambina come la mia”. Invece era un maschio. Ma non aveva voglia di venire al mondo. Arrivato al quinto mese, ha cominciato a premere sulla placenta, il suo cuscino di alimentazione, ed è morto. Quel figlio morto quando ero ancora molto giovane mi ha tolto per sempre la possibilità di generare».
Sopravvivere ai propri figli, ai propri figli non nati, crea uno svuotamento di senso che rende impossibile anche la celebrazione di quel rito laico, perché i ricordi non sono condivisi.
Il monito biblico «donna, partorirai con dolore» si trasforma per la Maraini in una condanna ancora più atroce e senza possibilità di replica: «donna, non partorirai».
E il dolore diventa proprio il grande assente di questo libro, a volte così schietto e scoperto da provocare imbarazzo. Non è tanto la faccia di Medusa della morte che la Maraini non vuole guardare: ma quello spazio vuoto, indicibile, «sordo» come lo definisce con un termine quasi inconscio. Se è possibile accettare la morte, non è possibile accettare la distruzione del corpo, la sofferenza prolungata nel tempo, guardare il volto della propria sorella consumarsi nella malattia. Vedere il proprio compagno allontanarsi nel supplizio senza essere sedato. «Quello che non mi piace della morte», scrive la Maraini, «è l’esposizione» e ancora «non mi piace la curiosità morbosa su un corpo inerte e senza vista, alla mercé degli sguardi straziati, affascinati, annoiati, pietosi, gentili, indifferenti, curiosi, avidi, brutali». Lei stessa interpreta questo pudore come una forma estrema di timidezza, di fuga dallo sguardo altrui, ma Josepha intuisce una ragione più convincente: la sua paura. L’esposizione che la spaventa più della morte stessa è la paura del dolore. Forse l’unico modo per affrontare il dolore è di ingannarlo, ciò che l’arte la letteratura sono in grado di fare.
Così la Maraini cita come paradigma dell’umano di fronte alla morte il mito di Orfeo, di colui che scende nell’Ade per riportare in vita i morti e col suono della sua lira seduce Caronte, Cerbero e le Erinni. Riletto da questa prospettiva, il nostro conto in sospeso con la morte diventa un’esplicita dichiarazione sul valore della letteratura. Una confessione della propria vocazione. Scrivere, parlare, dare voce, continuare un dialogo, è la sola forma di restituzione che ci è consentita rispetto ai morti e rispetto ai vivi.

LEGGI UN ESTRATTO
Mi capita spesso di sognare mia sorella che se ne è andato più di dieci anni fa. E non la vedo con la faccia gonfia e la gola bucata che mi facevano disperare le ultime volte che l’ho visitata in ospedale. Il suo viso è sereno e integro; gli occhi sono limpidi, i capelli le scivolano lunghi e lisci sulle spalle. Ha le gambe snelle e robuste e porta ai piedi le scarpe da tennis rosse di quando era ragazza e camminava spedita incontro al futuro.
Nel sogno mi parla, ma le sue parole non mi raggiungono che smozzicate. Non mi sembra triste, ma quieta, pronta ad uno dei suoi scoppi di allegria. E’ in procinto di partire, ma per dove? Non mi è dato saperlo.
Qualche volta la vedo accovacciata in riva a un fiume, mentre gioca con i sassi. La gonnellina bianca le scende a campanula sulle ginocchia piegate, posandosi delicata sui piedi nudi. Non so di che fiume si tratti: forse quello gonfio e scuro di Karisawa che scorreva impetuoso nelle vacanze della nostra infanzia giapponese, costeggiato di sottili bambù. Oppure è un altro fiume, l’Oreto, che unisce Palermo a Bagheria. Un fiume che giù quando noi eravamo bambine era ridotto a un fosso dove si scaricavano le immondizie, ma il ricordo storico si sovrappone a quello fisico proponendomi acque ribollenti di un grosso fiume settecentesco ormai quasi interamente scomparso. Mi chiedo, svegliandomi di soprassalto, quale sia questo luogo da cui sembrano guardarci i morti; questo luogo in cui i nostri cari scomparsi appaiono più vivi di noi; questo luogo in cui le epoche della vita si confondono con tanta facilità e con tanto struggimento (……).