La mafia fa schifo di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso

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Lettere di ragazzi da un paese che non si rassegna – MONDADORI – PAG. 138 – € 17,00

Lo conoscono, loro, quel male. Lo conoscono da dentro. E adesso di mafia, di camorra, di ‘ndrangheta vogliono parlare, o meglio voglio scrivere. Sono gli studenti e i ragazzi che alzano la mano, in classe come in famiglia. Sono giovani, ma hanno le idee chiare e si pongono delle domande. Si chiedono perché i mafiosi opprimono le persone che lavorano onestamente e come riescono a dormire tranquilli, sapendo di fare del male a tanta gente. Come hanno potuto le mafie diventare così potenti, al Sud e al Nord, tanto che oggi pochi sembrano in grado di fare a meno dei loro soldi e dei loro voti. Se c’è un pezzo di Stato dietro le morti di Falcone e Borsellino, o perché la Chiesa non insiste su questi temi con la stessa veemenza con cui si scaglia contro il divorzio e l’aborto.
Il magistrato Nicola Gratteri e il giornalista Antonio  Nicaso, da sempre impegnati nella lotta alla mafia, hanno raccolto le lettere di questi ragazzi e adolescenti – talvolta ingenue, più spesso impressionanti nella loro lucidità – dalle quali emergono paura, rabbia, desiderio di rivalsa e ribellione contro l’illegalità, e solo raramente sconforto e rassegnazione.
C’è chi è stato personalmente colpito dalla malavita e chi è rimasto sconvolto dalle terribili storie raccontate dai giornali e dalla televisione; chi percepisce lo scarto generazionale con genitori e adulti, cresciuti in una cultura del pregiudizio nei confronti del Meridione oppure immersi in un’atmosfera di insofferenza o omertà; e chi approfitta dell’opportunità fornita dagli insegnanti per affidare al foglio bianco piccole e grandi confessioni, dove il dolore e la paura sono quasi sempre sopraffatti dal coraggio e dalla speranza.
Per tutti loro la mafia non è più un tabù da rispettare in silenzio per quieto vivere o vigliaccheria, ma “un letto pulcioso” che infesta il Paese, un “tanfo di stalla” che ammorba l’aria e che “si arrimina nella pancia come un animale inferocito”. Che uccide sogni e speranze, non crea benessere, ruba e distrugge, offrendo forme di lavoro che sono in realtà ricatti pagati al prezzo della libertà e della dignità. E comunque, questo “castello di menzogne, morti e stragi” – pensano molti di loro – è destinato a crollare, per la semplice ma non banale ragione che “la mafia fa schifo”. E’ un segnale confortante quello lanciato da questi ragazzi con la loro scelta di non tacere, perché, come diceva Paolo Borsellino, “se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo”.

RECENSIONI

La mafia fa schifo. Lo raccontano i ragazzi
Non si può non leggerlo. E se poi lo si porta anche a scuola, l’intento pedagogico è molto molto edificante: spiegare ai discenti che fare il mafioso nella vita non paga perché o ti ammazzano e te ne vai in galera. E sovente da povero e giammai sereno.
Il libro “La mafia fa schifo” del magistrato Nicola Gratteri e del giornalista Antonio Nicaso, editato dalla Mondadori, andrebbe adottato in tutte le scuole d’Italia. Uno perché indica ai ragazzi dove sta il bene e dove sta il male e cosa comporta, vedi cimitero e penitenziario, varcare il fatidico confine. Due perché è un libro scritto dai ragazzi per i ragazzi. La voce è quella dell’innocenza che stigmatizza la violenza, che biasima il guadagno facile, che anela una vita senza angherie e ribaldi.
Gli autori hanno raccolto lettere messe su nero su bianco da adolescenti e giovani, dalle quali emergono paura, rabbia, desiderio di rivalsa e ribellione contro la criminalità’ organizzata, giammai sconforto e rassegnazione.
Come dargli torto: la mafia non è una fatalità, una malattia ineluttabile o una maledizione piovuta dal cielo. Se c’è il concorso della società civile, la si può sconfiggere la criminalità perché un fatto culturale, ma non lo possono fare solo le forze dell’ordine: non solo repressione, ma anche prevenzione, anche cultura, anche scuola. Come suole dire don Luigi Ciotti: “La mafia ha più paura della scuola che della giustizia”.
La chiave di volta è la conoscenza. Chi sa, evita le trappole; chi non sa, è succube di altri.
Scrivono Gloria, Laura, Umberto e Annalisa: “Cominciamo a sentire il desiderio di ribellione, la voglia di cambiare una situazione che per anni ha oppresso la libertà, la legalità e addirittura la vita di molti. Noi crediamo nella cultura, l’unica arma sfuggita alla mafia.”
Per tutti loro la mafia non è più un tabù da rispettare in silenzio per quieto vivere o vigliaccheria, ma “un atto pulcioso” che infesta il Paese, un “tanfo di stalla” che ammorba l’aria e che “si arrimina (forma dialettale siciliana che sta per l’italiano ‘mescolare’, ndr) nella pancia come un animale inferocito”. Che uccide sogni e speranze, non crea benessere, ruba e distrugge, umilia e schernisce, offrendo forme di lavoro che sono in realtà ricatti pagati al prezzo della libertà e della dignità. E comunque -pensano i giovani studenti- la mafia è destinata a scomparire per una semplice, seppure banale, ragione: “La mafia fa schifo”. E i giovani scrittori non parlano per sentito dire. Molti di loro la mafia ce l’hanno vicina. Molti di loro hanno sperimentato di persona soprusi e angherie. Confida Anselmo: “Un mio amico è stato ucciso. Sognava di fare il camorrista. Non aveva capito che la manovalanza è fatta di morti di fame che devono scegliere tra la prospettiva della galera e guadagni insignificanti. E tutto per un motorino o una maglietta firmata”. Per Michael “l’omertà non paga, occorre denunciare”. Ecco la parola “denuncia” è quella che i giovani studenti invocano di più.
Molto eloquente anche Annalisa: “Non possiamo continuare a comportarci come Medea che vedeva bene che cosa fosse meglio, ma poi andava sempre dietro al peggio”. Non parole, ma fatti, non solo proclami, ma azioni edificanti. Serve l’esempio nel quotidiano.
Sono ragazzi che vivono in realtà difficili dove lo Stato è spesso assente e dove il rapporto mafia-società civile arriva anche al 30%. In parole povere un cittadino su tre ha rapporti con i criminali. Qui bisogna costruire speranze e lo si deve fare partendo dal giovani. Come diceva il filosofo Tommaso Campanella: “Può nuova progenie canto novello fare”. E poi…
Che il grido d’allarme venga raccolto dagli adulti costituisce, dopo tutto, il fine ultimo del libro scritto da Gratteri e Nicaso.
Non resta che adottarlo: non il solito libro, ma un libro che insegna a vivere. E non è poco in tempi di emergenza educativa.
Chiosa Annarita: “Molti ragazzini oggi tendono a comportarsi come dei mafiosi per apparire più forti, imbattibili, ma non capiscono che ciò che imitano sono comportamenti legati a persone che rappresentano un cancro della società.”
I modelli veri, lo sa bene Angela, sono altri: “Non uccidiamo due volte persone oneste che sono morte per difendere la libertà e la democrazia.”
La mafia cresce nel silenzio e c’è anche quando non spara: grazie ragazzi, grazie Gratteri e Nicaso per parole di speranze e di riscatto.
Enzo Bubbo

– Si , è vero, la mafia fa veramente schifo. Può sembrare banale dirlo, ma credo che le parole insieme ai fatti concreti siano importanti oltrechè doverose..Certamente non sono io a scoprirlo, ma il giudice Nicola Gratteri, da sempre impegnato contro la mafia, ha capito una cosa molto importante:- La mafia si combatte certamente con le forze dell’ordine, ma per sconfiggerla in maniera definitiva bisogna parlare e coinvolgere in modo attivo le scuole e, quindi, gli studenti.
Le Istituzioni tutte, insieme a docenti e studenti devono essere sensibilizzati alla conoscenza e alla lotta di tutte le varie forme e manifestazioni mafiose (non solo quelle eclatanti), Solo dopo, lo Stato può veramente contrastare proficuamente e sconfiggere in modo definitivo e permanente la mafia.
Proposta. Questo libro deve essere adottato in tutte le Scuole Medie di primo e secondo grado e i docenti (in modo trasversale), devono poter illustrare e commentare settimanalmente, insieme ai propri alunni, i contenuti ed il significato del testo in questione. Docente referente del “Quotidiano in Classe” dell’Istituto Comprensivo “B.Telesio” e C.T.E.P. di Spezzano della Sila (CS).

LEGGI UN ESTRATTO

Nel mio paese il boss è molto rispettato. Più del prete e del sindaco. Mio zio lo conosce perché ogni domenica mattina bevono assieme il limoncello nel bar della pizza. Tutti sanno che fa, ma gli offrono sempre il caffè. A noi una volta ci ha portato a casa le schede per votare. Mio zio dice che è un pezzo di pane e quello che scrivono i giornalisti non è vero. Per la festa di San Rocco va casa per casa per raccogliere i soldi che servono per pagare gli spari, i fuochi d’artificio. E quando esce il santo, si mette sempre vicino al parroco, c’è pure il sindaco con la fascia e poi tanta gente in processione. Gli spari del nostro paese sono grandiosi, meglio di quelli di altri paesi. E con i soldi che si raccolgono si pagano i cantanti che a tarda serata concludono i festeggiamenti. Ogni tanto arrestano qualche boss, ma poi lo devono fare uscire. In casa non si parla di mafia. Ma a scuola l’insegnante ci fa fare i corsi per la legalità. Abbiamo letto un libro sulla mafia, e ho capito che tutti dobbiamo combatterla. Ma io non so come fare. Quando ho chiesto a mio padre, mi ha detto che la ‘ndrangheta è un problema dei giudici e che i giudici non sono tutte persone oneste. Poi mi ha detto che quando lui ha bisogno di fare un lavoretto non trova mai nessuno disponibile. Solo gli amici dello zio lo aiutano. Altrimenti saremmo morti di fave, così dice. Ma non ho capito. A scuola ci dicono una cosa, a casa un’altra. E io non posso mettermi contro la mia famiglia, anche perché la mia famiglia è buona e non ha mai rubato. Solo mio zio ha avuto qualche problema, ma pare che i giudici abbiano confuso le carte e l’hanno arrestato per sbaglio. E’ stato in carcere solo qualche mese, poi è uscito. Non so se la ‘ndrangheta è possibile sconfiggerla, ma mi pare difficile, soprattutto se gli amici dello zio continuano a farsi vedere sempre con il sindaco e con il parroco. Poi c’è paura. Noi ne abbiamo tanta. (Davide, 16 anni)

Anche se non ho mai avuto un’esperienza diretta con la mafia, mi è capitato di subirne indirettamente le conseguenze. L’esperienza diretta vera e propria l’ha avuta mia madre, docente di lettere, che, come ogni anno, era intenta ad esaminare dei ragazzi durante gli esami di Stato. In quell’anno la commissione le è capitata non nella propria scuola, ma esternamente, in un istituto privato. Durante questo periodo si è resa conto delle scorrettezze che avvenivano in quella scuola; infatti la direzione, grazie a dei pagamenti effettuati dagli alunni, garantiva la promozione a quest’ultimi. Sorgeva a questo punto un problema, perché i docenti esterni alla scuola dovevano “acconsentire” a questa situazione. Per “agevolare” i docenti venivano offerte prima somme di denaro e, se rifiutate, scattava la minaccia. Infatti mia madre è stata minacciata con un gesto subdolo e meschino: le hanno gettato dell’acido sulla macchina, causando seri danni. Nonostante tutto, lei ha continuato a fare il suo dovere, bocciando gli alunni che non meritavano e creando scompiglio all’interno della scuola. (Alessandro, 16 anni).