Non è sempre vero di Cynthia Russo

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POTRO’ INCONTRARTI TRA CENT’ANNI. Una legge assurda impedisce ai figli abbandonati di cercare i propri genitori naturali. (Marsilio – pag. 169 – rilegato – € 16,50)

Tre milioni di persone in Italia hanno genitori adottivi e molti di loro non conoscono il nome di quelli naturali. Né possono farlo. Sono i «figli di nessuno», o «figli di n.n.» (nescio nomen, cioè non conosco il nome): bambini dati in adozione senza essere stati riconosciuti dalla madre; quelli ai quali la legge italiana consente di conoscere l’identità dei genitori biologici solo a cent’anni dalla nascita. Ogni anno in Italia, sono circa 400 gli abbandoni di bambini inchiodati a un presente senza radici nel passato.
A questo tema, il cui dibattito coinvolge esperti, cittadini e associazioni, Cynthia Russo dedica il suo ultimo romanzo, Non è sempre vero: storia di Sara, adulta, madre e vedova, alla ricerca della figlia abbandonata quando era ancora minorenne, senza averla riconosciuta. Una trama semplice e un linguaggio emozionante e lieve, per un racconto avvincente e un tema che tocca le coscienze: chi è stato riconosciuto dalla madre naturale e poi dato in adozione può risalire all’identità dei genitori biologici compiuti i 25 anni; chi non è stato riconosciuto può accedere alle stesse informazioni solo dopo i 100 anni. Una beffarda forma di tutela nei confronti della madre che provoca un’agghiacciante discriminazione fra chi è stato riconosciuto e chi no, e una lacerazione insopportabile in chi deve già fare i conti dolorosi con l’abbandono.
«Questo divieto», spiega Emilia Rosati del direttivo del Comitato nazionale per il diritto alle origini biologiche, «impedisce di far luce su una zona senza ricordi e senza storia che sta all’origine della nostra vita, rendendoci incompleti per sempre, destinati a morire senza aver avuto piena cognizione di noi stessi. Chi eravamo prima di esistere?».
Privati di una parte fondamentale di loro stessi e della loro storia, i figli di nessuno rischiano di rimanere mutilati per tutta la vita, in preda ad angoscianti interrogativi: perché sono stato abbandonato? Quale segreto c’è dietro la mia nascita? Senza contare che, non potendo conoscere le proprie origini non avranno mai informazioni sugli aspetti sanitari che li riguardano, utili per la prevenzione e la cura di alcune malattie: un ulteriore elemento penalizzante, che non permette di mettere in atto cure preventive né analisi di controllo mirate.
Non è così dappertutto: a differenza dell’Italia, che non ha ancora recepito le direttive europee né le convenzioni internazionali, Germania, Francia, Inghilterra, Svizzera permettono ai figli non riconosciuti di accedere a informazioni sulla propria madre già al compimento dei 18 anni di età, spesso attraverso la figura di un mediatore che accoglie il desiderio di una parte di contattare l’altra e che agisce con modalità a tutela della sensibilità e del benessere psicologico di entrambe.
«Nonostante i divieti posti dalla legge italiana, il desiderio di ritrovarsi è più forte», racconta Russo, che da quando ha aperto una pagina su Facebook con il titolo del romanzo riceve ogni giorno decine di messaggi di figli e di madri alla ricerca del pezzo perduto.
«Dopo aver letto il libro», racconta Lucia (il nome è di fantasia, ndr), figlia di n.n., 38 anni, «ho cominciato a postare messaggi su Facebook. Era come affidarli all’oceano chiusi in una bottiglia: speri sempre che approdino sulla riva giusta. Sono stata fortunata, perché la mia levatrice, dopo aver letto il libro, ha trovato il coraggio per venirmi a cercare, e il social network è stato il luogo che ha reso l’incontro possibile. Mi ha raccontato di mio padre, che non sapeva del mio abbandono né era al corrente della mia nascita, e di mia madre, che non ho ancora trovato il coraggio di contattare, un po’ per paura, un po’ per il senso di colpa che nutro nei confronti dei miei genitori adottivi, che amo: gli unici genitori, nella mia vita».
Molto spesso le ragioni dell’abbandono sono da cercare nell’ignoranza, nella povertà. Nella vergogna di vivere eventi una volta ritenuti infamanti, quale poteva essere,nella maggioranza dei casi, la nascita al di fuori di un matrimonio, e che rendono un abbandono più un atto d’amore che un gesto di trascuratezza.
«Per questo», aggiunge Rosati, «dovrebbe essere data la possibilità anche alla madre di rivalutare il proprio desiderio a non essere nominata, anche alla luce del radicale mutamento dei costumi avvenuto negli ultimi decenni. Di certo, le madri che vogliono l’anonimato vanno tutelate, ma occorrerebbe rispettare anche il bisogno della persona adottata che cerca la sua storia. Cercare una storia, del resto, è diverso dal cercare un rapporto affettivo: è cercare la completezza di sé, il romanzo della vita che restituisca un contesto sociale e le ragioni per le quali una vita è andata in un modo e non in un altro. Chi comincerebbe a leggere un romanzo da pagina 63? Senza contare che, trascorsi i fatidici 100 anni, il segreto potrà essere svelato ai figli dei figli non riconosciuti e, allora, che senso ha privare proprio i diretti interessati di una verità così fondamentale per l’identità stessa della persona?».
Il Comitato nazionale per il diritto alle origini ha presentato al presidente della Repubblica una petizione chiedendo che la legge sia modificata, e negli ultimi anni tre diversi partiti politici (Pd, Pdl e Udc) hanno presentato altrettante proposte di legge alla Camera; il Pdl una anche al Senato. Nessuna mette in discussione la possibilità per la donna di partorire in anonimato, ma tutte prevedono che la soglia dei cent’anni per conoscere le proprie origini sia abbassata, e che il tribunale possa verificare se la madre continui a desiderare l’anonimato o sia disposta a «revocare il diniego»: un modo per tener conto dei diritti della donna, ma anche del diritto – e dello strazio –di un figlio non riconosciuto e adottato a ricostruire la sua storia. Un cambiamento atteso da migliaia di persone.
«La segretezza è il principio della tirannia», conclude Cynthia Russo. «Meglio sempre la verità: per quanto difficile e inappagante, possiede l’armonia. Un’autenticità inderogabile, più soddisfacente di qualunque menzogna».