Solo dinanzi all’Unico di Luigi Accattoli

libricertosa_400

A colloquio con il Priore della Certosa di Serra San Bruno – Rubettino Editore – pg. 142 – € 12,00

Per tre giorni un giornalista del Corriere della Sera ha conversato con il padre Jacques Dupont, priore di Serra San Bruno, in vista della visita di Papa Benedetto dell’ottobre 2011, provocandolo ad affrontare i temi più ardui: l’incontro con Dio nel tempo di Internet, come sopravviva il silenzio dei monaci nel chiasso di oggi, quale vantaggio ci sia nel pregare di notte, se i giovani del terzo  millennio siano capaci di vivere in una cella, che vogliano dire ogi le parole “peccato” e “misericordia”. Il priore è convinto che sia compito del monaco “dire” all’umanità di oggi che “Dio è anche in questo mondo e in questo tempo”

RECENSIONI
Raccontare la vita che si conduce all’interno di un monastero di clausura è sempre un’avventura emozionante: si toccano dimensioni abissali completamente sconosciute a chi vive nel frastuono delle nostre città frenetiche. di Carlo Mafera
Luigi Accattoli, uno dei più grandi giornalisti cattolici contemporanei, ha tentato di strappare qualche momento e qualche considerazione al priore della Certosa di Serra san Bruno in occasione della visita di Papa Benedetto XVI. Da tale incontro è nato questo libretto, edito da Rubbettino, che alterna pensieri, emozioni e atmosfere mistiche. Ecco come esordisce: “Ho ascoltato parole insolite e coraggiose. Ho compreso che il padre Jacques è un cristiano pensante di rara tempra e fegato in questi tempi sfiduciati. Egli procede per antinomie: «Il cristianesimo è pieno di paradossi. Dio che castiga e perdona, Cristo che è Dio e uomo, la Chiesa che è peccatrice e santa. Io mi diverto quando incontro questi paradossi e trovo che il Signore ha avuto un’immaginazione incredibile a crearli e a ispirarne la percezione. Credo l’abbia fatto per avviarci a comprendere l’ampiezza della Verità». I suoi paradossi ampliavano il mio campo visivo mentre l’ascoltavo”.
Veramente interessante l’esperienza di Luigi Accattoli alle prese con la vita vissuta in monastero per tre giorni. La riporto con grande piacere per i lettori: “Un giornalista non può che muoversi a tentoni nella conoscenza della certosa. Mi ha fatto luce – come lanterna nella notte – il canto sobrio e ininterrotto dei suoi abitatori, quando si riuniscono in chiesa per il Mattutino, per la Messa conventuale e per il Vespro. Il Mattutino dura dalle due alle tre ore e inizia alle 00.30, cioè mezz’ora dopo la mezzanotte. Nelle certose per antica consuetudine si dorme una prima parte della notte poi ci si alza, si canta a Cristo per due o tre ore e si torna a dormire fino al mattino. Nei tre giorni in cui sono stato ospite della certosa ho visto e accompagnato la comunità nella sua liturgia, ho mangiato come loro da solo nella stanza della “foresteria interna” che mi era stata assegnata, prendendo i cibi dal “portapranzo” che un fratello converso – e cioè non sacerdote – posava alla giusta ora davanti alla porta. Ho intuito che anche quel mangiare cibi poveri ma buoni, in quella semplicità di gesti e in quel raccoglimento, faceva parte della lode al Signore. Dal portapranzo – che è una cassetta di legno con un’apertura scorrevole in verticale sul davanti – si cavano le pietanze contenute in gavette sovrapposte e combacianti, così disposte in modo da conservare ai cibi cucinati il giusto calore. In onore all’ospite mi era stata fornita una bottiglia di buon vino ma anche il mio pasto doveva restare solitario come quello dei monaci che, quotidianamente, mangiano da soli, ognuno nella propria cella. Come loro lavavo le posate nel lavandino”.
Un altro aspetto, che il grande giornalista vaticanista ha colto nell’intervista fatta a Padre Jacques Dupont è la grande accoglienza e la misericordia di Dio nei nostri confronti, imparagonabile con le nostre sedute psicanalitiche, e soprattutto la bellezza dell’incontro notturno con Lui, preferibilmente alla luce di una candela. Ecco cosa dice: “Ho interrogato il priore – esperto del Grande Silenzio (così suonava il titolo del film di Philip Gröning girato alla Grande Chartreuse, 2005) – sul silenzio di Dio: dovremmo rispondere a esso – mi ha detto – «buttandoci» senza calcoli nel Signore. Le righe più vive del volumetto sono quelle che trattano dell’accoglienza «senza giudizio» che sempre in lui possiamo incontrare: “L’uomo facilmente dimentica questo ‘tu’ accogliente e cerca nella seduta psicoanalitica un ascolto senza giudizio. Purtroppo non sa più – forse gli hanno fatto dimenticare – che nel Signore può sempre trovare quell’accoglienza senza giudizio. Questo desiderio di essere ascoltati senza essere giudicati l’avverto spesso nei giovani che arrivano qui. E hanno ragione, hanno proprio ragione! Il Dio cristiano non è un Dio di giudizio e di condanna, mi sento di poterlo dire con sicurezza e non perché così è detto nella dottrina, ma per la mia esperienza personale” (p. 60).
Gli ho pure chiesto se vi sia un vantaggio a pregare nella notte. La vita certosina è in parte organizzata sul presupposto di quel vantaggio. Il canto nel silenzio, la luce nella notte. La piccola luce di chi – e io con loro, per una volta – percorre i corridoi e il chiostro schiarendo il cammino con una torcia e poi accende un cero nella chiesa, o una minima luce tra i braccioli dello scranno, che rischiara la pagina del Salterio. O mira in lontananza la lampada del tabernacolo. I monaci di tutti i tempi hanno cercato il silenzio e la preghiera notturna. Ma che avventura è quella di condurre oggi una ricerca così lontana dallo spirito dell’epoca? Luigi Accattoli prosegue con la risposta del Priore Jacques Dupont: “La notte … è la placenta del contemplativo: «Mentre il prete ha un ministero diurno che lo porta a mostrarsi e a parlare, all’incontro con la gente; il monaco ha un ministero notturno che lo conduce a nascondersi e a tacere. Il suo ministero si compie nell’ombra e nel segreto. Egli è come una falda d’acqua sotterranea. Silenzio, deserto e notte. Ma la notte prepara il giorno. Il nostro è un ministero di gestazione” (p. 29).
Infine, un aspetto paradossale per un monaco: il suo essere esperto in ateismo. Perché? Ecco la ragione. “Il contemplativo conosce l’angoscia della notte oscura, sperimentata anche da Cristo sulla croce. Ma anche al di fuori di quella tragica esperienza, è ben chiaro che il Dio della Bibbia si è rivelato a noi come ‘sconosciuto’ e inaccessibile in questa vita (Es 33,20). Ed ecco che anche noi monaci cerchiamo Dio ma non lo troviamo mai, nel senso che non arriviamo mai a possederlo, perché egli è sempre ‘oltre’. Dunque per la sua familiarità con un Dio che è assente, il contemplativo è forse maggiormente in grado di comprendere l’atteggiamento di coloro che sono lontani dal mistero divino” (p. 37).
Da questa intervista nasce spontanea una considerazione finale: l’importanza dell’esperienza mistica nell’economia della salvezza e nel cammino della Chiesa per far raggiungere a tutti questa meta agognata. Solo nell’esperienza mistica e nella vera preghiera e nell’incontro con Dio si può realizzare concretamente la Chiesa, cioè l’Ecclesia (la comunità).
Per me sono importanti tre aspetti, a proposito della Chiesa odierna. Prima di tutto, la Chiesa dovrebbe diventare un luogo che comunica agli uomini un’esperienza spirituale: è l’immagine della Chiesa mistica. Senza questa esperienza non si può passare alle fasi successive. E’ come il “la” che il direttore dà alla sua orchestra. Poi , dovrebbe cercare lo spazio per trovare un tipo nuovo di comunità, cioè lo spazio per la comprensione tra gli uomini. Oggi sono in molti a sentirsi soli e sperduti nella massa anonima. Questi dovrebbero trovare nella Chiesa la propria casa. Infine, la Chiesa dovrebbe offrire la cultura esistenziale cristiana e un avviamento a una vita sana, il che comprende ovviamente anche sane abitudini di vita.

****************************
Accattoli: Facendosi monaco lei ha deciso di non avere figli e scegliendo tra tutti gliaccattoli-dupont ordini monastici quello dei certosini lei ha messo nel conto di non avere neanche il nome sulla tomba. Queste scelte l’aiutano a guardare al futuro? Pensa che l’aiuteranno un giorno ad affrontare la morte?
Dupont: “Per il momento mi sembra di essere totalmente indifferente al fatto che sulla mia tomba non ci sarà il mio nome. Già mi è successo, entrando in certosa, di cambiare nome: ero Michel e ora sono Jacques. Il cambiamento del nome non è imposto dalla regola, ma nel mio caso era necessario perché nella comunità c’era già un fratello con quel nome. Poi venendo in Italia ho cambiato la mia patria dovendo imparare anche una lingua che non era la mia. Mi sembra di essere abbastanza allenato a staccarmi dalla mia identità originaria. Per il resto mi preparo a cambiare patria ancora una volta e ad accogliere i doni più grandi che mi attendo dal “passaggio” che è la morte. Né il non avere figli, né la mancanza del nome sulla tomba mettono un velo sul mio sguardo verso il domani. Spero di andare incontro a esso con il «volto in festa» come si diceva del nostro fondatore”.
Un altro passo importante di questo libro, riguarda il concetto espresso da Dupont circa il giudizio . Egli afferma che “il più grave peccato è il giudizio dell’altro”. e così risponde a una domanda sull’umanità che corre dagli psicologi:Abbiamo bisogno di un ‘tu’. Ogni cristiano ritiene che in Dio possiamo trovare il ‘tu’ che è necessario a ognuno e che può accogliere tutti. Ma l’uomo facilmente dimentica la possibilità che ha sempre di rivolgersi a questo ‘tu’ accogliente e allora cerca nella seduta psicoanalitica un ascolto senza giudizio. Purtroppo non sa piùforse gli hanno fatto dimenticare – che nel Signore può sempre trovare quell’accoglienza senza giudizio. Non è tanto l’esigenza di essere ascoltati, ma di essere ascoltati senza essere giudicati. Questa sensibilità l’avverto spesso nei giovani che arrivano qui. E hanno ragione, hanno proprio ragione! Il Dio cristiano non è un Dio di giudizio e di condanna, mi sento di poterlo dire con sicurezza e non perché così è detto nella dottrina, ma per la mia esperienza personale“. La saggezza, derivante dalla profonda spiritualità, che questo severo, ma tenero Priore possiede e irradia mi lascia fortemente affascinato.
Sono solo altri stralci, tratti da questo libro che dovrà essere letto e riletto, per meditare sulle sagge parole di Dom Jacques Dupont, che così esprimendosi, ci offre la possibilità di cibarci di tale sapienza. Colgo l’occasione di questo articolo, per ringraziare Luigi Accattoli, il quale con questo libro, ha dato a tutti noi l’opportunità di poter ascoltare il messaggio, di alto spessore spirituale, donatoci dal Priore della certosa di Serra San Bruno.

LEGGI UN ESTRATTO

1.    Sulle orme di San Bruno: nella solitudine l’incontro con la tenerezza di Dio
Nei tre giorni in cui sono stato ospite della Certosa ho visto e accompagnato la comunità nella sua liturgia, trovandomi con loro in chiesa per il Mattutino, per la Messa conventuale e per il Vespro. Mi sono unito per quello che ho potuto e come ho potuto al loro canto di lode. Ho mangiato come loro da solo nella stanza della «foresteria interna» che mi era stata assegnata, prendendo i cibi dal «portapranzo» che un fratello converso – e cioè non sacerdote – posava alla giusta ora davanti alla porta. Ho intuito che anche quel mangiare cibi poveri ma buoni, in quella semplicità di gesti e in quel raccoglimento, faceva parte della lode al Signore.
Dal portapranzo – che è una cassetta di legno con un’apertura scorrevole in verticale sul davanti – si cavano le pietanze contenute in gavette sovrapposte e combacianti, così disposte in modo da conservare ai cibi cucinati il giusto calore. In onore all’ospite mi era stata fornita una bottiglia di buon vino ma anche il mio pasto doveva restare solitario come quello dei monaci che, quotidianamente, mangiano da soli, ognuno nella propria cella. Come loro lavavo le mie posate nel lavandino.
Come loro mi sono messo a dormire alle nove di sera e I io puntato la sveglia sulla mezzanotte per trovarmi puntuale con la comunità in chiesa per il Mattutino. Ho visitato il piccolo cimitero con le 33 tombe senza nome. Ho guardato i loro volti raccolti nei cappucci e ho conversato con loro in un momento di festa, calati i cappucci, per il compleanno di un confratello anziano.
Anche così – mangiando e dormendo come loro, guardandoli e ascoltandoli cantare e conversare – ho cercato di capirli. Ma soprattutto mi sono impegnato a interrogarli: mentalmente ponevo ogni questione a ognuno che incontravo, fattualmente rivolgevo per ore le mie domande al Priore che rispondeva a nome di tutti.
La prima delle quattro conversazioni che compongono il volume parte da lontano, volendo chiarire il rapporto tra i monaci di oggi e quelli del passato, risalendo in qualche modo fino al fondatore San Bruno. San Bruno – che è detto anche Brunone – venne in Calabria dalla Grande Chartreuse, la casa madre dei certosini che si trova nelle Alpi francesi, a nord di Grenoble. Anche Padre Jacques è venuto in Calabria partendo dalla Grande Chartreuse dov’ebbe la sua prima formazione certosina. Ci è parso di cogliere qualche significato nella similitudine di questo itinerario biografico e geografico.
Dopo questo avvio narrativo, la conversazione affronta le grandi questioni di che cosa voglia dire essere monaco oggi e mettersi alla ricerca della propria «unificazione interiore» venendo dal mondo veloce, disperso e dispersivo che circonda le certose e che ormai penetra attraverso le loro mura con i messaggi dell’era digitale. Dalle pagine sulla semplificazione della vita e sulla concentrazione in Cristo, che sono al centro di questo capitolo, è stato tratto il titolo del volume: Solo dinanzi all’Unico. In quelle parole c’è un riferimento preciso, filologico, all’esperienza del fondatore San Bruno di cui si disse che cercava l’Uno essendo «afferrato dall’Uno». Cioè da Dio.
Si discute anche – in questo primo capitolo – dell’esperienza del silenzio, del deserto e della notte che caratterizza la vita monastica e si afferma che a differenza del prete diocesano, che ha un ministero diurno, cioè attivo e di relazione, il ministero del monaco è notturno, un «ministero di gestazione» in attesa dell’alba e del domani. Si ragiona di che cosa l’aggiornamento conciliare abbia apportato nella vita dei certosini e come loro l’abbiano accettato, con la “lentezza” che li caratterizza ma – assicura con parole convincenti il Priore di Serra San Bruno – senza resistenze pregiudiziali.
Si accenna a come il computer e internet si stiano affacciando nei chiostri delle certose. Liberando i monaci, come ognuno nel mondo, da antiche fatiche ma rischiando anche di costringere molti a nuove servitù. Forse può essere utile ascoltare che tipo di prudenze i monaci mettono in atto per limitare quel rischio.
Il passaggio forse più significativo delle risposte del padre Priore è dove egli mi ha confidato che tutto il Vangelo per lui si riassume nelle parole “misericordia, compassione, tenerezza” e che questa l’afferma non per dottrina ma per averne fatto l’esperienza. Un’esperienza avviata – negli anni giovanili – con la ricerca dell’Assoluto, intrapresa con slancio, e che è venuta maturando nei decenni della sua vicenda monastica con la progressiva scoperta della “tenerezza” di Dio, di cui è segno la tenerezza che si manifesta nella vita fraterna.