Consulta, stop al doppio incarico per i parlamentari sindaci

Accolto caso Stancanelli, senatore del Pdl e sindacato di Catania

Delle due l’una: o si è parlamentari oppure sindaci. Il doppio incarico d’ora innanzi non è piu’ consentito. La Corte Costituzionale, decidendo sul caso Raffaele Stancanelli, senatore del Pdl nonche’ sindaco di Catania, ha infatti bocciato la legge n.60 del 1953 nella parte in cui non prevede l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di sindaco di un comune con più di 20mila abitanti. In una situazione di maggioranza parlamentare ‘ballerina’ che tiene sulle spine il governo, la sentenza della Consulta spiazza il centrodestra.

Perchè a dover decidere se optare per l’uno o per l’altro incarico saranno una decina i parlamentari-sindaci, tutti di Pdl e Lega, che sino ad oggi hanno alternato l’attività tra i banchi di Camera o Senato a quella di primi cittadini di grandi città con tanto di fascia tricolore al petto. Si tratta, per la precisione, di cinque deputati del Pdl (Adriano Paroli, sindaco di di Brescia; Giulio Marini, di Viterbo; Nicolò Cristaldi, di Mazara del Vallo; Marco Zacchera di Verbania; Michele Traversa di Catanzaro) e di un onorevole leghista (Luciano Dussin, sindaco di Castelfranco Veneto). A Palazzo Madama, invece, ci sono almeno tre primi cittadini del Pdl (Stancanelli, sindaco di Catania; Antonio Azzollini, di Molfetta; Vincenzo Nespoli, primo cittadino di Afragola).

A loro potrebbero aggiungersi anche il leghista Gianvittore Vaccari (sindaco di Feltre) e il sentaore del Pdl Giuseppe Firrarello (di Bronte): entrambi i comuni hanno una popolazione intorno ai 20mila abitanti, ma il dato ancora non è certo. Mercoledì prossimo interverrà alla Camera il presidente della giunta delle elezioni Maurizio Migliavacca sulle iniziative per dare seguito alla sentenza. Il doppio incarico – è scritto nella sentenza n. 277 della Corte Costituzionale – comporta la ”lesione non soltanto del canone di uguaglianza e ragionevolezza (art.3 della Costituzione) ma anche della stessa libertà di elettorato attivo e passivo (art.51)”.

Di fatto i giudici costituzionali, presieduti da Alfonso Quaranta, sono intervenuti con una sentenza additiva, colmando un vuoto legislativo che esiste dal 1953, in quanto la legge n. 60 sulle incompatibilita’ prevede espressamente la non eleggibilita’ alla carica di parlamentare nazionale dei presidenti delle Province e dei sindaci dei Comuni con più di 20mila abitanti, ma nulla dice riguardo all’ipotesi inversa, vale a dire sull’ineleggibilità a sindaco di chi è già parlamentare. Il precedente che ha aperto la strada al doppio incarico risale al 2002, quando la Giunta per le elezioni consenti’ all’allora parlamentare Diego Cammarata di essere anche sindaco di Palermo.

La ”previsione della non compatibilità di un ‘munus’ pubblico rispetto ad un altro preesistente, cui non si accompagni, nell’uno e nell’altro, una disciplina reciprocamente speculare, si pone in violazione della naturale corrispondenza biunivoca delle cause di ineleggibilità, che – scrive la Corte – vengono ad incidere necessariamente su entrambe le cariche coinvolte dalla relativa previsione, anche a prescindere dal dato temporale dell’elezione”.

Il primo ad esultare per la decisione della Consulta e’ Salvatore Battaglia, 47 anni, dipendente di un istituto di credito, che con il suo ricorso al Tribunale civile di Catania contro l’elezione di Stancanelli ha fatto si’ che la questione arrivasse fino alla Corte Costituzionale: ”e’ la vittoria del cittadino su un certo tipo di politica”, grida. Il Pd, forte delle dimissioni da parlamentare di Piero Fassino all’indomani della sua elezione a sindaco di Torino, si dice pronto a dare battaglia. La Giunta per le elezioni della Camera si occupera’ del caso gia’ mercoledi’ prossimo.

E mentre Stancanelli annuncia che scegliera’ di fare il sindaco di Catania, il presidente dell’Anci, Graziano Delrio, tira un sospiro di sollievo perche’ la Consulta ha chiarito ”in maniera definitiva una querelle che é andata avanti per molti anni”. Una querelle che, almeno letterariamente, risale ai tempi del ”Compagno don Camillo” di Guareschi: nominato senatore, Peppone si trasferisce a Roma e solo raramente torna al paesello sulle rive del Po di cui era l’amato sindaco comunista.