Discorso del vescovo Mons. Cantafora al consiglio comunale congiunto dei Comuni di Lamezia Terme e Conflenti


Ringrazio vivamente per l’invito ad intervenire in questa assemblea che vede riuniti insieme i Consigli Comunali di Conflenti e di Lamezia Terme, convocati per un confronto sulla Visita Pastorale di Benedetto XVI programmata per il prossimo 9 ottobre. La mia presenza qui è nel segno di una cordiale collaborazione tra la Chiesa e le Istituzioni civili per il bene del nostro territorio, nel rispetto dei ruoli di ciascuno, senza indebite ingerenze. Il Santo Padre viene a trovarci per incontrare l’intera diocesi di Lamezia Terme, ben consapevole che il nostro territorio è formato dalla città della Piana e da tanti piccoli comuni, a loro volta suddivisi in frazioni e borghi prevalentemente distribuiti sulle montagne e sui pendii circonvicini. La venuta del Papa non può ridursi ad un fatto celebrativo. La sua attenzione verso di noi sarà invece di sprone per un nostro sano protagonismo in ordine al riscatto del nostro territorio, per aprire un varco nella diffusa rassegnazione. Le visite da me effettuate nelle parrocchie di ciascun comune di questo comprensorio montano mi hanno permesso di conoscervi più a fondo, di ascoltarvi in tanti, uomini e donne, giovani e adulti, e di cogliere le segrete speranze e le preoccupazioni che albergano nel vostro cuore. Ho sentito anche da più parti esprimere il timore di perdere il parroco, la celebrazione regolare della S. Messa e dei sacramenti. Certamente, la generale carenza di vocazioni al sacerdozio sta minando il servizio religioso un po’ dappertutto, anche in questi luoghi di montagna, non secondari ma essenziali nella vita della Chiesa. Dovremo in futuro forse riprogettare la nostra presenza ecclesiale e ripensare le modalità di gestione delle parrocchie. I futuri preti saranno chiamati a fare maggiormente vita in comune per poter seguire comunitariamente più di una parrocchia. Ma la Chiesa sa che non ci sono cristiani di “serie A” nelle città e di “serie B” nei paesi di montagna. E la Chiesa non lascerà la montagna e le frazioni! Del resto, gli sforzi della nostra Diocesi vanno proprio nella direzione della promozione di questi territori montani. Pensiamo ad esempio alla costruzione del Monastero per le Clarisse proprio qui a Conflenti, alla ristrutturazione della chiesetta della Querciola, alla valorizzazione del Santuario mariano e della pietà popolare. Ma si avverte anche il bisogno di un cambio di mentalità, per superare tanti steccati. Centro diocesi e periferie devono aprirsi alla stima reciproca, consapevoli che l’uno non può dire all’altro: “Non ho bisogno di te”. Si cresce insieme, ma c’è bisogno di saper collaborare uniti. Viviamo in un’epoca difficile, in cui sembrano smarrirsi tanti valori su cui i nostri padri avevano faticosamente costruito la vita delle nostre contrade. Più volte in questi anni ho potuto ascoltare le giuste preoccupazioni del popolo di Dio e anche quelle dei rappresentanti della società civile e delle Istituzioni pubbliche. Ho colto il giustificato timore che i territori si impoveriscano, che vada perso il senso dei luoghi, che la tradizione si debba totalmente piegare a dove ci vuol portare “questa” globalizzazione dei mercati e della finanza, mentre noi vogliamo scommettere sulla globalizzazione dei diritti umani e della solidarietà. Una globalizzazione umanizzante infatti punta a valorizzare tutte le aree geografiche del globo, ciascun territorio istituzionale, ogni luogo della storia e della cultura. I nostri paesi hanno tanta storia e tanta memoria. In nome di che cosa lasciarle cancellare? L’occasione odierna porta in particolare il nostro pensiero su Conflenti, meta religiosa per il suo santuario, e sui tanti altri piccoli centri montani di ricca tradizione cristiana. Questi luoghi sono caratterizzati da tradizioni e pratiche religiose che hanno contribuito alla costruzione della loro identità, a elaborare significato al vivere comune, ad affrontare in maniera fiduciosa sia le situazioni storiche liete che quelle difficoltose, come l’emigrazione dei calabresi in regioni, Paesi e continenti lontani. Inoltre, i nostri piccoli comuni sparsi sui monti, purtroppo, sembra che si stiano fiaccando a causa di diverse ragioni storiche ed economiche, culturali e di rassegnazione sociale e persino istituzionale. Essi si vedono privare, uno dopo l’altro, di presidii che fino a poco tempo fa testimoniavano la presenza di uno Stato interessato a conservare operoso e vivibile ciascun Comune, servendo la popolazione con scuole, uffici postali, ospedali e guardie mediche, trasporti pubblici e così via. Il problema non è tanto che questi presidii manchino geograficamente, ma che siano almeno fruibili in tempo utile. Ad esempio, questo territorio montano ha strade che non sempre consentono tempi di percorrenza validi per risolvere certi problemi urgenti o a salvare una vita! La Costituzione italiana non contempla cittadini di serie A e B a secondo di nord e sud, di pianura o montagna, di grandi o piccoli comuni. Eppure la realtà ci mostra che sta accadendo qualcosa per noi rischioso. Mi riferisco ad esempio allo spopolamento di queste zone; all’incuria dei luoghi, delle case, delle strade, della vegetazione, dei corsi d’acqua; agli incendi dolosi o occasionali; alle ecomafie che depositano rifiuti di ogni genere e senza controlli; al dissesto idrogeologico; alla fuga di giovani e di famiglie intere dalla montagna verso la pianura, dai paesi interni alla città. Quale futuro avranno questi piccoli comuni, le numerose case cadenti? Quale destino per i boschi, i sentieri, i corsi d’acqua e le zone coltivate? Di sicuro, non è astruso affermare che anche la città avrà un futuro disagevole se la periferia e l’entroterra verranno abbandonati e diventeranno invivibili. Certe scelte prese dall’alto, da parte di enti istituzionali superiori a quelli locali, ci privano di presidii scolastici o ospedalieri o altro ancora. Nel breve periodo sembra che ciò faccia risparmiare economicamente alla collettività nazionale. Tali scelte invece portano il territorio al degrado, con la conseguenza che nel tempo medio e lungo l’abbandono delle montagne costerà molto di più anche a livello economico, senza contare i costi umani, lo scadimento dei legami sociali e l’impoverimento delle identità culturali e religiose. La Chiesa è chiamata a non trascurare la vita umana e sociale, a vigilare sul creato, a valorizzare l’ambiente e la natura. Questi punti, mi è parso che rappresentino anche le esigenze della popolazione locale e dei loro sindaci. A queste tematiche e problematiche la Chiesa non ha risposte tecniche o soluzioni pratiche da proporre. Essa piuttosto evidenzia principi di etica, semina parole vere di speranza, scommette su azioni di rinascita umana e religiosa, culturale e sociale delle popolazioni. Con l’aiuto di Dio. La Dottrina sociale della Chiesa ci offre principi etici e indicazioni pratiche per far fronte insieme corresponsabili ai problemi posti dai “segni dei tempi”. Da parte nostra, non è mancata l’attenzione a queste esigenze a cui abbiamo cercato di rispondere attraverso le scuole diocesane di formazione. Non basta infatti che i principi siano scritti nei documenti. Occorrono menti, cuori, braccia, mani capaci di incarnarli e farli vivere. Ciascuno allora, per la sua parte di responsabilità sociale e politica, favorisca la ricerca e la realizzazione del bene comune possibile. Mi scuso se incautamente sono entrato in ambiti che non mi appartengono. Ma ascoltare il grido di un’umanità mendicante può talvolta far uscire dalle formalità e magari far dimenticare le proprie competenze. Ciò è solo in vista del bene di tutti. Certo, la Chiesa non può offrire ricette ma la passione per il bene comune mi ha portato a queste riflessioni, che spero potranno essere utili perché qui ed oggi facciamo ciascuno la sua parte per il bene del nostro popolo. E spero che anche la prossima Visita di Benedetto XVI ci stimoli in questa direzione. Grazie.”