Rifondazione Comunista: un fiume di denaro pubblico rubato

Riceviamo e pubblichiamo – Nonostante il fiume di euro che nel corso degli ultimi vent’anni si è riversato sulla Calabria attraverso leggi e leggine (patti territoriali, contratti d’area, sovvenzioni globali, legge 488, ecc.), la regione ha subito una regressione economica e sociale che la continua a collocare agli ultimi posti per reddito, occupazione e vivibilità. Si è trattato di un furto, quello di ingenti risorse pubbliche, che è emerso nella sua gravità dalle numerose inchieste della Guardia di Finanza e che riaffiora nelle ultime ore grazie alla recente inchiesta che ha portato nel lametino al sequestro di beni per ben 18 milioni di euro. Un fenomeno definito nel 2006 dal quotidiano Liberazione “il furto del secolo” e al quale non è estranea la massiccia presenza di poteri criminali sul nostro territorio e che ci parla dell’esistenza di una vasta area franca dove tutto è possibile, dove, assieme alla rapina di ingenti risorse statali, si consumano livelli insopportabili di lavoro nero e sottopagato, episodi di neo schiavismo e caporalato, infiltrazioni mafiose, sempre più imponenti, nel tessuto economico di intere comunità. Un fenomeno favorito anche delle politiche di deregulation che sono state messe in campo in questi anni realizzato attraverso truffe architettate con complicità politiche, di dirigenti pubblici, di professionisti, di enti che non controllano i protocolli d’intesa, i contratti, gli appalti. I dati emersi dalle inchieste della magistratura e della guardia di finanza ci parlano di centinaia e centinaia di milioni di euro intascati da imprese, vere e proprie associazioni a delinquere che, tra l’altro, hanno rastrellato finanziamenti destinati alla Calabria per poi trasferirli altrove. In questi anni invece di accogliere con preoccupazione le numerose denunce dell’Unione Europea, sull’utilizzo illecito, in Italia, dei finanziamenti pubblici alle imprese, in molti, partiti e sindacati si sono preoccupati di esaltare le politiche concertative e il primato dell’impresa, ritenendo che portassero sviluppo e occupazione, mentre a godere delle risorse e delle agevolazioni in gran parte sono state aziende già presenti sul territorio e che non hanno per nulla sviluppato la propria dimensione e il numero degli addetti.

Nel 2006, l’allora comandante della Guardia della Gdf calabrese, il colonnello Cesa­re Nota Cerasi, in una intervista, a “Liberazione”, stimava l’ammontare degli investimenti arrivati in Calabria dal 1994 all’inizio del 2006 in oltre 5 miliardi di euro e, precisava, che a questi andavano aggiunti tutta un’altra serie di “contri­buti” che, complessivamente considerati, superano abbondantemente quella stessa cifra e, per niente trascurabili, dopo i cosiddetti fondi struttura­li, anche i fondi elargiti per l’agricoltura. Si è trattato di un “fiume carsico” di denaro che è passato senza lasciare traccia, finendo spesso nelle tasche di speculatori e falsi imprenditori, di esperti delle fabbriche fantasma, quelle aperte e repentinamente chiuse, di profittatori “senza volto” delle cecità e delle complicità burocratiche, delle complicità politiche, delle corrotte gestioni clientelari.

Si tratta di finanziamenti che sono serviti spesso ad arricchire i soliti furbi che non hanno mai rischiato un soldo di tasca loro e hanno goduto del sostegno dei potenti politici di turno. Un fenomeno che si è potuto consolidare nel silenzio totale di sindacati, di associazioni di categoria, di istituzioni locali, di molti partiti, quest’ultimi spesso piazzisti delle imprese che hanno intascano enormi somme di danaro. In questo contesto è estremamente grave che la vigilanza e il controllo sull’erogazione di danaro pubblico venga delegato agli organi inquirenti con una assenza totale di indagine delle istituzioni politiche. Rispetto a questo fenomeno gli stessi magistrati che si occupano di questi reati, più volte hanno parlato di una giustizia di classe aizzata dalle campagne sul tema della sicurezza che mira a colpevolizzare solo gli immigrati, mentre i responsabili del furto di un fiume di danaro pubblico non solo non vengono puniti come si dovrebbe in un Paese civile ma, spesso, rivestono ruoli importanti nelle istituzioni locali e ruoli dirigenziali in enti pubblici. Un impunità non solo dovuta alla loro possibilità di usufruire dei migliori avvocati ma, anche, e soprattutto, per la carenza legislativa in questo campo. Ecco allora che per uno spinello si rischia il carcere, per uno stereo rubato si va in galera, mentre, per milioni di euro rubati alla collettività si gode spesso di una vera e propria impunità. La gravità di questa gigantesca truffa peserà come un macigno sulle future generazioni visto che non ci saranno più le stesse opportunità di investimenti pubblici capaci di avviare un circuito virtuoso in grado di rilanciare la nostra Regione. Quelli arrivati in passato sono serviti a soddisfare gli appetiti di una borghesia mafiosa, che con il corollario delle sue complicità politiche, rappresenta il peggior nemico della Calabria onesta. Rifondazione Comunista Lamezia