14 luglio 1970: il seme della rivolta di Reggio Calabria

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Con la scusante degli anni di piombo da prima e del golpe Borghese successivamente, il Governo di allora ha cavalcato artificiosamente una campagna di disinformazione nazionale, paventando una deriva democratica in cui Reggio Calabria ne era l’epicentro soltanto perché gruppi della destra eversiva ( Avanguardia Nazionale) in primo momento e gruppi della sinistra sovversiva ( Lotta Continua), seppur in ragionevole numero minimale  appoggiarono le masse cittadine e popolari. Quest’ultime, erano sganciate dalle logiche grette del settarismo partitico e combattevano solo per rivendicare diritti e dignità.  Una rivolta di natura palingenetica, dunque, popolare, libera, di massa ed interclassista: questo è il vero volto della rivolta di Reggio Calabria.
Se questa è stata la chiave di lettura sotto il profilo antropologico, sotto l’aspetto sociologico è interessante sottolineare  la ‘distanza’, non solo geografica, ma culturale, psicologica, dalle dinamiche sociali endogene, fra le radici della rivolta e gli intellettuali del tempo.
Fallaci, Biagi, Panza e tanti altri nonostante siano stati riconosciuti  luminari del mondo intellettuale, non compresero mai a fondo le cause di questa rivolta di popolo. E non le compresero realmente e questo si ritiene un’ aggravante.
Distanza culturale da parte del giornalismo d’epoca e dal mondo intellettuale e deviazioni della verità da parte del Governo del 1970. L’unico Governo di una nazione democratica, che mettendo contro due realtà già depredate dallo Stato unitario ( Reggio e Catanzaro), è riuscito a creare quello che di più infimo e meschino uno Stato sociale possa creare: la guerra fra poveri.
A testimonianza  del fatto che, in uno dei periodi più oscuri della Repubblica, fra stragismo , eversione, collusioni a vario titolo, la rivolta di Reggio rientra a pieno titolo in uno degli episodi più drammatici e bui di quegli anni, in cui si spensero le luci della democrazia e di qualsiasi forma di principio garantito dalla Costituzione repubblicana. Un oblio, volutamente creato e che perdura ancora nel tempo.
Dopo 42 anni, nel rivedere quelle immagini, appare incredibile potere credere che in Calabria si sia sviluppata una siffatta guerra civile, ad oggi sconosciuta alle nuove generazioni che possono però contare sul supporto di chi ha sdoganato la causa della rivolta come solo localista, sementando l’analisi  della severa  verità storica.
Ad oggi apparirebbe assurdo credere che un popolo sia sceso in piazza per rivendicare un capoluogo di Regione, ma le logiche storiche che si incrociano con le fenomenologie sociali, vanno inquadrate sempre nel contesto storico in cui sorgono. E’ ovvio che se un intero popolo  scese in piazza, non lo  fece per odio verso il cittadino corregionale anch’esso succube di un sistema marcio, ma per rabbia verso una classe politica dirigente nazionale imbrigliata nell’affarismo clientelare e lobbistico che continuava a perseverare in un’azione di violentamento e svuotamento culturale, sociale, economico verso Reggio e la sua provincia. Il popolo percepì tutto questo e reagì con disperazione. 
Si guarda all’ Europa, si va avanti, ma è giusto ricordare la nostra storia.  Montanelli asseriva: “ Un popolo che non conosce il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente” .
E’ tempo che all’interno del Museo dei Bronzi di Riace di Reggio Calabria, non si conservi solo la storia della Magna Grecia ( quindi dei nostri padri), ma si istituisca un ala apposita che esponga, divulghi, manifesti liberamente ai turisti, un angolo della rivolta. Questo spazio, denominato ‘Museo della rivolta’, potrà  fungere da collante storico ad ogni visitatore, affinché si possa  esplicare la nostra storia, la nostra cultura identitaria e questo in forma permanente, non stagionale. Per dimostrare che i figli degli antichi greci,  conservatori di unici cimeli storici, riuniti in tante libere Agorà, in un lembo di terra in cui il Kalos  anni prima ispirò D’Annunzio, furono capaci di partorire una rivolta per difendere la cultura della propria libertà  e dignità sociale. In quelle due ali di Museo messe a confronto  si schiuderebbe tutta la nostra cultura dell’essere italiani e calabresi.
“ Qui dove resta distrutta la storia, resta la poesia” sosteneva Pascoli al cospetto della nostra terra.
Onore ai martiri della rivolta di Reggio, agli uomini caduti e feriti, al numeroso spontaneismo femminile, a chi ha lottato fino all’ultimo in quella che fu chiamata ironicamente e denigratoriamente da qualcuno, una rivolta messicana, stile Sancho Pancho, dove le mogli nei momenti di pausa portavano spaghetti ai mariti sotto le barricate. Sfuggì però stranamente all’intellettuale ‘satyricon’ del tempo che si sforzò nel dare questa definizione patetica ad una rivolta popolare, che cecchini di Governo sparavano ad altezza d’uomo agli spaghettari sotto le barricate: ci sono i video, le immagini.
Onore a mio nonno materno, c’era anche lui a combattere, ho cercato di riconoscerlo in qualche carrellata di foto d’epoca, ma non l’ho mai visto. Mi sono bastati i suoi racconti carichi di rabbiosa  dignità covata dentro.
Onore anche a lui che ha combattuto per la mia e per la nostra storia. Se oggi custodiamo l’etica di tale memoria storica, è anche grazie a lui. (Domenico Romeo)