Il sessantotto: fenomeno di destra o di sinistra?

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E’ proprio in quel decennio fra anni cinquanta ed anni sessanta che, parafrasando alcune parole di ‘Compagni di scuola’ di Venditti, si recuperano i ’primi vagiti di un sessantotto, ancora lungo da venire e troppo breve da dimenticare’, in una nazione dove l’inizio dell’ evoluzione liberista economica cozzava con una struttura sociale rigida, formando una spirale psicotica.
Da qui, l’insorgenza giovanile contro individualismo, paternalismo familista esasperato, sistemi di erudizioni scolastiche ancorate a vecchie gestione di finta meritocrazia. Ancora in avanti, la sostituzione dei valori di piazza, in cui Martir Luther Kink e la guerra in Vietnam camminavano insieme rimarcando ‘la fantasia al potere’. Camus, Sartre, Brecht, furono rispolverati e presi come modelli sostitutivi su cui basare i nuovi progetti letterali e filosofici. Tutto il mondo era sollevato da un fervore di ribellismo e spirito rivoluzionario, in cui ‘i figli dei fiori’ costituivano l’elemento più colorato.
E la politica? Le ideologie? Anche in tale contesto di questi anni abbiamo assistito a contraddizioni di fondo, basta solo pensare che forze materialiste, come i marxisti, spesso si accompagnavano inizialmente in battaglie sociali accanto a sacerdoti, che però, avrebbero in futuro abbandonato la piazza innanzi alla non negoziabilità di quei valori etici come l’aborto e il divorzio.
Torniamo all’esordio italiano, a quel giorno a Valle Giulia. Mario Merlino, testimone storico di quel giorno, collocato all’interno della destra neofascista del tempo, ricorda così : “A Valle Giulia tentammo l’impossibile (?), creare un fronte generazionale contro i signori e i loro guardiani a difesa dell’esistente. Ci trovammo contro il mondo adulto, espresso dalle istituzioni e dai partiti di riferimento destra e sinistra. Ne pagammo il prezzo e, nostro malgrado, lasciammo una eredità di lotte odio e sangue sbarre e chiavistelli. Se alcuni di noi sono ancora qui, forse ridicoli e anacronistici, è perché vogliamo essere coerenti con la nostra giovinezza e responsabili delle scelte e delle conseguenze di quelle scelte. E, se qualcuno in un delirio di onnipotenza, pur rappresentando di certo tanta novità e alternativa, ci considera dei superati falliti perdenti, ciò non ci turba né scuote il nostro cuore avventuroso e la mente inquieta… Bastonate e barricate, figlie del kaos, per veder nascere stelle danzanti in un cielo che, parafrasando il vecchio Mao, assiste dall’alto e da lunga data a ‘molta confusione’. In nome di un popolo e non di una plebe servile e accattona, bastonate e non  manganelli molotov e non lacrimogeni barricate e non blindati. Metaforicamente, va da sé, che poco ci vediamo e poco sentiamo e con la dentiera non si morde e il fiato s’è reso corto e la prostata s’è ingrossata… metaforicamente, forse…“
A riguardo, si sottolinea che per dovizia di verità storica, giorni prima di quel primo Marzo 1968, entrambi gli ‘schieramenti’, occupavano rispettive facoltà con un patto di non belligeranza. Era chiaro che la protesta da entrambi intavolata era finalizzata a battaglie di avanguardie o retroguardie (in base ai fronti) che avrebbero interessato programmi etici o sistemi didattici (l’aborto, il divorzio, le riforme della chiesa e della famiglia).
Se questo era il panorama ideologico, la convivenza a Valle Giulia nei giorni prima degli scontri, è attestata da testimonianza storiche riprodotte all’interno del libro ‘ la destra ed il sessantotto’, in cui si legge.
“… Noi ce ne stavamo a Legge, loro a Lettere. Quando calava la sera scoccava l’ora delle partitelle di calcio : rossi contro neri. Lettere era piena di bandiere rosse, a Legge invece un fascio repubblicano all’ingresso della Facoltà. Dovunque c’era un fervore di attività notevoli. Pareva di vivere una vera stagione di rinnovamento…”. Un qualcosa che riporta ancora il testo vendittiano sopra indicato, che recita: “Mezzogiorno, tutto scompare, di corsa tutti al bar, dove Nice e Marx si davano la mano e parlavano insieme dell’ultima festa e del vestito nuovo, buono, fatto apposta…”. L’edonismo giovanile, dunque, il giusto intermezzo alle contrapposizioni ideologiche di risalto.
Riferibilmente a quel famoso primo Marzo, si legge ancora in tale testo, con tale rievocazione storica: “E’ una giornata primaverile. Ci siamo tutti. L’accordo è fatto: i compagni non portano bandiere rosse, noi non alziamo simboli e bandiere. Il nostro diritto a partecipare è sancito senza prevaricazioni di sorta. Al PCI tutto questo non piace… “.
Furono duri gli scontri ideologici, oltre che  fisici e la presenza dei vari movimenti ideologici nelle piazze, è ricordata da Mario Capanna, in una recente intervista rielaborativa nei suoi ‘Formidabili quegli anni’. In tale intervista, l’ex leader spiega proprio in senso stretto, l’humus sociale di quegli anni : “Uno degli aggettivi è ormai divenuto un classico, cioè “formidabili”, il secondo “decisivi”, perché hanno prodotto un grande cambiamento nel mondo, e il terzo “belli”. Omissis… Il Sessantotto fu la rigenerazione della politica, intendendo il termine non in senso partitico, ma nel senso etimologico della polis, cioè i cittadini, in quel caso segnatamente i giovani, si pongono questa semplice domanda: abitiamo tutti la città? Si, dunque occupiamocene tutti. Sembra una banalità ed in realtà fu un rovesciamento rivoluzionario, cioè rimpadroniamoci individualmente dei nostri destini. A me pare che al fondo di uno degli obbiettivi che gli Indignati pongono con forza vi sia lo stesso concetto: abitiamo tutti il mondo?  Omissis… Sul piano culturale ha vinto, entrando nelle vene della societa’: la febbre antipaternalista dilago’ per contagio dalle famiglie agli uffici, fra donne, medici, magistrati, militari. Nessuno avrebbe piu’ dato per scontata l’autorita’ senza consenso: statuto dei lavoratori e diritti civili furono gli effetti piu’ concreti della scossa. Ma sul piano politico, il ’68 non ha vinto, ancora…”.Omissis…. Non e’ affatto vero, come vorrebbe un certo cliche’, che l’orrizzonte ideale dei movimenti fosse caratterizzato da una prevalente ispirazione marxista. Questa era senz’altro presente, ma conviveva e si fondeva con altro”.
A coloro i quali accusano il sessantotto come periodo storico in cui si è seminato il terreno del terrorismo di piazza (fra cui il terribile movimento del ’77), Capanna dichiara a Polis: “Come tutti i fatti che si susseguono nella storia è inevitabile un legame di successione, ma si tratta di una cosa del tutto diversa. Dieci anni sono tanti nello scorrere del tempo. Il tratto di continuità che vedo tra i due periodi è rappresentato, a mio avviso, da una grande ansia di autodeterminazione dei giovani. Un’ ansia che, nel ‘77, è stata però castrata dalla forbice che vedeva il terrorismo da un lato e la repressione di Stato dall’altra. Da qui è scaturita anche la difficoltà del movimento del ‘77 nello svilupparsi. Infatti è durato molto poco. Ho sempre, però, ritenuto sbagliata e infondata l’equazione ‘77 uguale terrorismo.”
Ma non solo il terrorismo è stato individuato come un naturale figlio delle logiche sessantottine, ma un’ ulteriore fenomenologia sociale modellata da sistemi ideologici attinti addirittura fra il nazismo ed il libro rosso di Mao: sorge il nazimaoismo. 
Adriano Romualdi ne ripercorre gli elementi ideologici: “Per un giovane di temperamento veramente fascista, le parole estreme, la violenza, le bandiere dei “cinesi” venivano a surrogare quel che la destra ufficiale, tiepida e invecchiata, non poteva più dare. Ci si può meravigliare se per reazione, sorse il fenomeno dei nazimaoisti?”
Vi è da dire, inoltre, che da disamine espletate dalla ricercatrice Loredana Guerrieri,  già nel 1967 all’interno dell’ Università di Perugia, il vecchio FUAN (organizzazione universitaria di matrice fascista), si fece promotrice di un’organizzazione di protesta coinvolgendo categorie sindacali di qualsivoglia natura, riconoscendo e rivendicando una riforma universitaria imminente.
Un periodo storico che, dunque, assembla un disagio giovanile in larga scala, che in via oggettiva, esula da contestualità ideologiche primarie o di riferimento. Riguardando le battaglie etiche, sociali, a distanza di due generazioni successive si può essere d’accordo con coloro i quali sostengono la tesi della popolarità del fenomeno e dell’interclassismo. Fenomeno, quest’ultimo, constatato da Pier Paolo Pasolini, criticato aspramente per i risvolti contradditori  in seno al movimento delle ‘pantere’, con la famosa esternazione contenuta nel ‘ Il Pci ai giovani’ : “Avete facce di figli di papà. Vi odio come odio i vostri papà. Buona razza non mente. Avete lo stesso occhio cattivo. Siete pavidi, incerti, disperati (benissimo!) ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati: prerogative piccolo-borghesi, cari. Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da subtopie, contadine o urbane che siano. Quanto a me, conosco assai bene il loro modo di esser stati bambini e ragazzi, le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui, a causa della miseria, che non dà autorità…”.
La geniale intuizione del ‘poeta’ , conduce a comprendere con il decorso degli anni che fu proprio a partire da quell’epoca, che  parecchi giovani, agitando simboli e bandiere raffiguranti il Che o croci celtiche, davano nascita alle cosiddette ‘mode identitarie’: non vere e proprie forme di coscienze ideologiche, ma confusione fra ‘moda identitaria iconoclasta’ e reale aspirazione di libertà e di principi democratici. Sullo sfondo, una nazione ancora teatro di profonde ingiustizie sociali e solcata da sperequazioni economiche di fondo.
Ma l’eterogeneità ideologica di quegli anni e la conseguente anche confusione ideologica che ne scaturisce da qualsiasi apparato rivoluzionario, si evidenzia anche nei ricordi di Guido Paglia, giornalista del Il Messaggero’: “ A un certo punto si gira uno smilzo – era Roberto Gaita, uno di sinistra, poi giornalista al Messaggero – e fa: “Compagni! Attacchiamo!”. “Compagni? Ahò, ma che compagni! Qua siamo tutti camerati!” gli rispondono tre o quattro che gli stavano intorno».
In mezzo a tali contraddizioni ideologiche, c’e’ chi ha accusato il sessantotto, all’interno del mondo della critica, di avere generato future influenze in programmi scolastici, sentenze definite ‘ideologiche’ da magistrati ex sobillatori di piazza, e vari risvolti della vita sociale di questa nazione.
Per riallacciarsi alle pretese sociali del sessantotto, come sopra evidenziato, è anche doveroso sottolineare, che seppur partendo da principi umani e sociali giusti, tutte le rivoluzioni, quando sfuggono di mano, conducono a strade fuori il ‘sentiero di mappa’, a cui non ci si voleva imbattere.
Ci si riferisce a quelle accuse di relativismo, materialismo, mancanza di meritocrazia, che si rivendicano ad un fenomeno rivoluzionario come il sessantotto,  gestito malamente.
Qualcosa che ricorda una citazione di Platone, nella sua ‘ Repubblica’ : “La mala pianta della tirannia, germoglia dalla radice di ogni capo popolo”
Questa risposta, è giusto però assegnarla agli storici di riferimento e a quei sociologi che si imbattono in tali studi.
Relazionandoci alla natura ideologica di base del sessantotto ed a cui abbiamo dedicato il punto di partenza, qualche anno fa, Gianfranco Fini, esternò : « Se oggi esiste più attenzione per i diritti civili, per le donne, per le minoranze, questi sono lasciti del primo ’68. La destra storicamente non capì il movimento e si schierò dalla parte dei baroni “
Mantenendo oggettivamente una linea imparziale sull’analisi del fenomeno, ciò che sostiene l’ex leader dell’estinto MSI è vero solo in parte.  Il sessantotto partì con pretese giuste ed aspirazioni protese alla giustizia sociale ed  alla rivalutazione di quei valori che affondavano le radici in sistemi democratici, ancora al tempo, soffocati dal sistema.  Dalle testimonianze rese, però, come si evince in tale articolo, apparirebbe qualunquistico  stabilire che la destra storica del tempo si sia schierata in toto dalla parte dei ‘baroni’, e di quella che era denominata  sinistra storica, pienamente dalla parte degli studenti. Questo in virtù di quella conformazione di eterogeneità ideologica e sociale e del disagio giovanile diffuso ad ampio raggio, stratificato al di là del pensiero politico ricorrente, nonché di quella ghettizzante e limitativa scatola che racchiudeva la concettualizzazione ‘destra-sinistra’. (Domenico Romeo)