“IO, ENRICO ALBERTOSI, VI RACCONTO LA MIA VITA”. Intervista esclusiva al portiere storico della Nazionale di calcio

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Una miniera di storia ed esperienza.
L’appuntamento con l’intervista telefonica è nel pomeriggio ed un pò di emozione macina fra la gola dello scrivente.
Di interviste se ne fanno tante, ma questa di oggi ha il sapore di un’immersione in una fucina di umanità infinita: è la storia di una Nazione intera, è la storia di Enrico Albertosi.
Proprio lui, il portiere della Nazionale degli anni settanta e di tante altre squadre blasonate, che accetta di aprirsi allo scrivente, alla testata giornalistica, alla Nazione, alla vita, in un’intervista dai toni sereni e da attimi con retrogusto da siparietto verace.
Si comincia, dunque.
Domanda: “Buongiorno Enrico Albertosi, grazie da parte di tutta la testata giornalistica. Desidero iniziare chiedendole di fare un bilancio, se è possibile, della sua vita, umana e professionale”.
Risposta: ”Mah…guardi…dovessi fare un bilancio, da uno a dieci, direi otto. Mi sento di avere dato tanto e tutto per lungo tempo e di avere fatto bene, sia nella mia vita umana e professionale. Il tutto si incrocia. Ho iniziato a giocare a calcio a 15 anni e l’ho fatto fino ad oltre quarant’anni, dando il meglio di me. Non vorrei vantarmi, ci mancherebbe, ma ritengo di essere stato fra i migliori portieri europei, se non anche mondiali. Oltre tutto, non remunerato, nel senso che ho dato tanto, ho ricevuto apprezzamenti, considerazioni, attestazioni di stima, anche trofei, ricevendo meno di ciò che probabilmente avrei dovuto avere. Penso che posso finire qua, penso che per questa risposta vada bene così”.
Domanda: “Lei ha rappresentato il calcio italiano ai massimi livelli, fra squadre di alto rango di club e la Nazionale di calcio. Bene, dopo avere appeso i ‘guantoni al chiodo’, guardando in prospettiva la sua carriera, quale maglia indossata o quale esperienza umana sente più sua adesso ?”.
Risposta: “Senza togliere nulla a nessun’altra squadra o ad altre maglie da me indossate, ritengo che l’esperienza di Cagliari, dove abbiamo portato lo scudetto nell’isola, sia unica nel suo genere, è stata una gioia pazzesca, unica in tutti i sensi. Guardi, mi ascolti che io a calcio ho giocato una vita: le assicuro che vincere uno scudetto con il Cagliari, o con una provinciale in genere, non è come vincere lo scudetto con il Milan o altra realtà blasonata. Con le blasonate tutto è facile, quasi dovuto, ma con una realtà come il Cagliari di quei tempi, fu un’impresa straordinaria, direi quasi irripetibile. Sono ancora legato non solo emotivamente ed affettivamente al Cagliari come ricordi, come squadra, ma sono rimasto legato a tutto il suo contesto sociale di ieri e di oggi. Lo sa che faccio alla mia età spesso? Prendo l’aereo e vado in Sardegna dove mi aspettano i miei amici rimasti lì, quei ragazzi che con me hanno vinto lo scudetto nel 1970. Anche se sono passati 44 anni noi siamo sempre uniti, organizziamo mangiate di pesce con Tomasini, Riva, Poli, Reginato, Brugnera e tanti altri”.
Domanda: “Bene. Lei ha anticipato un argomento particolare che ho in mente di approfondire. Caliamoci dentro. Ha citato il Cagliari campione d’Italia nel 1970, di conseguenza lei si può considerare un precursore ante litteram, di altri giocatori che hanno vinto successivamente, negli anni, scudetti con altre squadre provinciali come Verona e Sampdoria. Il discorso è questo: è ripetibile questa fenomenologia nel calcio di adesso? E’ ancora possibile che una provinciale rivinca uno scudetto, si possa chiamare Cagliari o altro?”.
Risposta: “Penso che con l’avvento degli sponsor, delle televisioni, dello svincolo, le cose nel calcio di oggi siano cambiate. E’ molto difficile, probabilmente diventa un fenomeno irripetibile che oggi una provinciale possa vincere uno scudetto. Ci faccia caso, quanti anni è che se la giocano sempre le stesse squadre ? Facciamo due conti e nominiamo: Juve, Inter, Milan, Roma. Le squadre milanesi le voglio inserire anche se quest’anno stanno facendo un brutto campionato e probabilmente sono già fuori, ma alla fine sono queste negli anni. Lo sa perché? Perché chi investe lo fa verso queste squadre, di conseguenza è normale che abbiano il privilegio nel mercato di acquistare i migliori giocatori e vincere. Chi investe non lo fa verso realtà sane e solide come Fiorentina, Atalanta, Cagliari e questo è un peccato (cito queste squadre, ma potrei citare altre squadre provinciali). E’ un peccato, così. Se qualcuno decidesse di investire su realtà più piccole, tutto sicuramente sarebbe più bello ed avvincente”.
Domanda: ”Oltre ad avere il record di essere il portiere campione d’Italia nell’unico scudetto del Cagliari, lei è anche il portiere della partita simbolo della nostra Nazionale: Italia-Germania 4-3. Facendo due conti, a distanza di tempo, si sente più un’icona identificativa quindi essere ricordato per essere il portiere campione del Cagliari o il portiere della storica semifinale di Brasile ’70?”

Il nostro intervistato riflette un pò, temporeggia qualche secondo, poi prosegue.

Risposta: ”E’ davvero una bella domanda…certo che questa che mi ha fatto adesso è davvero una domanda bella, perché sono due momenti, due situazioni, due diverse, incredibili soddisfazioni. A Cagliari ho vinto uno scudetto che rappresenta un fenomeno sociale e sportivo, ripeto, quasi irripetibile, perché fu un coinvolgimento sociale di un’intera Regione, una sollevazione della storia in cui fummo catapultati con una bolgia di forza ed entusiasmo. Con la Nazionale posso dire di avere vissuto in pieno ogni emozione di quella semifinale, essendo il portiere della partita che è stata definita dalla critica, la partita del secolo, la migliore partita della Nazionale di tutti i tempi, abbiamo fatto immergere la Nazione in un sogno epico. E di questo io ne vado fiero! Anzi, lo sa che le dico? Chi se ne frega se poi ho ed abbiamo perso la finale contro il Brasile di Pelè, posso dire di fare parte della partita della leggenda dell’ Italia, la semifinale contro la Germania”.
Domanda: ”Bene, Ricky. Restiamo in tema di quella famosa partita del 17. Giugno 1970. E’ il quinto minuto del secondo tempo supplementare e Muller, di testa, insacca in maniera beffarda, mentre Albertosi e Rivera sono piazzati sulla porta, vicino l’uno all’altro. Al goal subìto è nato un fuoribondo confronto fra lei e Gianni Rivera e rivederlo adesso dopo oltre due generazioni di calcio, fa un certo effetto. Che cosa è successo? Le chiedo se vi siete chiariti al momento, o in futuro e se qualcuno di voi due ha ammesso delle responsabilità per quel goal subito che avrebbe potuto pregiudicare l’incontro”.
Risposta: ”Guardi, ogni volta che in campo fra di noi ci arrabbiavamo e ce ne dicevamo di tutti i colori, finita la partita finiva lì l’arrabbiatura. In quell’occasione Rivera ha riconosciuto subito di avere sbagliato, comprese subito che la responsabilità fu solo sua, non mia. Io in genere mettevo uno o due difensori sul palo, non altri compagni”.
Domanda: “E scusi tanto, perché allora non mise uno o due difensori sul palo come sta sostenendo e mise invece Rivera che aveva caratteristiche diverse da un difensore?”.
Risposta: “Ma a Rivera non lo misi io in quella zona accanto a me, si mise lui! Si mise lui da solo! Fu lui a dire a me e ai compagni ‘qui mi metto io’, ma io non volevo che lui si posizionasse, come se presagissi qualcosa ! Quando si piazzò accanto a me dicendo a tutti che rimaneva lui sul palo, io gli dissi così: – Guarda che se ti arriva una palla è tua, io non intervengo, ok? E’ difatti lui era talmente convinto che la palla di Muller andasse fuori, che rimase con la mano appoggiata al palo mentre la palla si insaccava. Mi creda, sono andato su tutte le furie, gliene dissi di tutti i colori, lo offesi con gli epiteti peggiori. Ma ricordo che lui, riconoscendo l’errore, mi disse: – Posso solo rimediare facendo goal…  E difatti, qualche minuto dopo, fece una rete strabiliante che ancora oggi è leggenda”
Domanda: “Ricky Albertosi e gli allenatori della sua carriera. A chi si sente più grato, più attaccato, chi crede che le abbia dato di più? “
Risposta: “Senza ombra di dubbio Ferruccio Valcareggi. Per me è stato come un padre, l’ho avuto quando ero molto giovane alla Fiorentina, l’ho avuto in età matura nella Nazionale. Le dico questo, le ho detto tutto”.
Domanda: “Cosa fa adesso Enrico Albertosi? E soprattutto, avrebbe voglia di ritornare nel mondo del calcio ? “.
Risposta: ”Non faccio niente, vivo in assoluta tranquillità, è di questo che sento di avere bisogno. Sono stato per anni il preparatore atletico della Fiorentina ai tempi di Cecchi Gori, poi la Fiorentina fallì e fu rilevata da Della Valle, ma io non tornai più fra i viola. In seguito fui il preparatore atletico dei portieri di una società dilettantistica, il Margine Coperta, una società affiliata all’ Atalanta. Ma non sento il bisogno di rimettermi in gioco, sento solo di stare tranquillo con me stesso. E’ giusto che lei sappia che io qualche anno fa ho avuto un infarto, da quel momento in poi ho iniziato un ciclo di cure che mi hanno portato a stare bene e ringrazio Dio di questo”.
Domanda: “Che messaggio vuole lanciare Enrico Albertosi ai sogni dei giovani che si apprestano ad entrare nel mondo del calcio o che già ne fanno parte?”.
Risposta: ”Dico solo una cosa: cercate di avere sempre lo spirito del divertimento, del sacrificio, della passione, del lavoro. Sono questi e non altri gli ingredienti che servono per vivere il mondo del calcio, specie quando si è all’inizio. Se un giovane che si approccia al calcio oggi lo fa perché è attratto dai soldi che guadagna Messi o Cristiano Ronaldo, allora è fuori pista, fuori binario. Le dico una cosa che fa parte di me, della mia vita: ho iniziato a giocare a dodici anni e penso in questo momento a quando mio padre mi portava a fare gli allenamenti e che gioia ha avuto quando a quattordici anni mi ha visto giocare con gli adulti. Io sono cresciuto così nel mondo del calcio, con i sacrifici, con l’impegno, si mangiava la terra e si imparava a crescere. A quattordici anni, come le dicevo, mi misuravo con gente di quarant’anni, prendevo goal e maturavo. Non mi avvicinavo al calcio per il guadagno e se oggi i giovani fanno così, ripeto, non andranno lontano mai, anche perché chi possiede le qualità prima o poi emerge…”
Domanda: “Le domande che vorrei farle, Sig. Ricky, sono tante, ma siamo in chiusura. Ed in conclusione chiedo ad Enrico Albertosi: possiede un cimelio in più dopo tanti anni di carriera che potrebbe farmi felice? “.
Il portierone se la ride di buon gusto e precisa:
Risposta: “Nulla, mi creda, nulla anche per me. Questa è una caratteristica che evidenzia anche la differenza fra il calcio di ieri, quello mio e quello di oggi. Oggi vedo portieri che a fine primo tempo si cambiano una maglia e ad inizio ripresa entrano con un’altra maglia, o vedo giocatori avversari scambiarsi le proprie divise a metà partita. Cose impensabili ai miei tempi, quando avevi una maglia, con maniche corte o lunghe che sia, di lana o cotone (dipende dalla fortuna che avevi), te la dovevi tenere fino alla fine del torneo. Se durante un incontro morivi dal caldo, o eri inzuppato dalla pioggia, o capitava che ti gettavi dentro una pozzanghera…ti dovevi sorbire quella maglia tutto l’incontro. Poi a fine gara, quella maglia la consegnavi per farla lavare perché dovevi indossarla la domenica successiva. Altre storie, mi creda, altro calcio, altri tempi.”.
Domanda: “Con chi è rimasto in contatto dei suoi compagni del passato?”.
Risposta: “Se parliamo di compagni che ho avuto al Milan, alla Fiorentina o in altre squadre, compresa la Nazionale, nessuno. Ho giocato con grandi campioni, Rivera, Mazzola, ma non ho mantenuto i contatti con nessuno. Gli unici rapporti che mantengo, come le dicevo prima, sono con il Cagliari, la città di Cagliari e i miei compagni dello scudetto. Solo e soltanto loro sono ciò che mi è rimasto del  mondo del calcio”.
E’ stato un onore, Sig. Albertosi. Domenico Romeo