L’inadeguatezza del male

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La storia del crimine, nel mondo, è costellata  da svariati episodi in cui il volto del male si presenta attraverso varie sfaccettature.
L’universo del crimine nasce con l’uomo sin dall’antichità ma, diversamente da oggi, il male, inteso come episodio criminale, ha subìto il processo di “divulgazione” e “conoscenza” attraverso il costante progresso tecnologico  della struttura sociale.
Difatti, l’episodio criminale singolo e/o circoscritto, tra l’altro, diviene oggi un mezzo di informazione divulgato in tempo reale e che trova la sua espansione mediatica attraverso l’utilizzo dei moderni sistemi di informazione (la rete internet  ha creato un sistema di collegamento globale atto a tale diffusione), che espongono il male nella sua veste oggettiva.
L’episodio criminale perpetrato in una qualsiasi località del mondo diviene, dunque, un episodio che “appartiene” a qualsiasi altra zona del globo per le motivazioni sopra specificate.
Conoscenza del male, dunque, direttamente proporzionale allo sviluppo della tecnologia.
Diveniamo, dunque, bombardati da notizie in cui uomini, o donne, divengono materialmente  autori di delitti efferati verso i propri simili, verso bambini, verso i propri coniugi e/o partner, verso la natura e spesso rimaniamo basiti da tali informazioni raccapriccianti.
Ma il male consumato che fornisce la propria conoscenza al sistema di diffusione/collegamento al sistema della rete globale dell’informazione sul crimine, appartiene alla stessa entità ?
In poche parole: il male è unico ?
Stando alle frontiere dell’investigazione criminologica, in cui si incentrano disamine scientifiche della psichiatria, psicologia investigativa, profiling sui soggetti autori delle gesta criminali e che divengono automaticamente involontari baricentri d’attenzione (su cui si incardina un’attenzione peculiare sulla loro vita spiattellata a raggi X), nonché ulteriori forme di accertamenti forensi di pertinenza, riferiscono la presenza di multiforme tinte di male, quindi di psicologie della devianza o del crimine (molte di esse trovano il loro giusto riscontro nel manuale DSM IV).
Una delle caratteristiche della genesi del crimine che alberga nelle menti di chi diviene autore di compimenti delittuosi (su larga scala di soggetti inquadrati in assassini non seriali), è il cosiddetto “principio di inadeguatezza del male”, ed è su questo concetto astratto, “non definibile” o meglio spesso “non dimostrabile”, naturalmente non presente in nessun manuale DSM IV, in tavole scientifiche ben precise atte a fornire elementi probatori concreti, o in  elaborazioni che trovano riscontro in sentenze magistratuali, che lo scrivente intende concentrasi in tale articolo, sulla base di disamine ed approfondimenti desunti da “ricerche criminali incrociate”, nonché dal continuo approccio a psicologie criminali in ambito investigativo.
Il principio di “inadeguatezza del male” affonda le proprie radici in cervelli apparentemente “normali” ed in tale location  alberga per anni per poi fare esplodere, come un’eruzione di  lava che fuoriesce dal vulcano, un’azione delittuosa o  un qualsiasi compimento criminale.
Da qui ne scaturiscono situazioni in cui si concretizzano siffatti episodi criminali come: il marito che uccide la moglie o viceversa, fidanzati che uccidono il partner, madri o padri che uccidono i figli, amici che uccidono per soldi e via discorrendo.
Quando poi tali soggetti vengono posti in disamina dall’investigazione o dall’ascolto di psicologi e/o profilers, i riflettori dell’era tecnologica rilevano profili di presunti  psicopatici perché è “tipico degli psicopatici depersonalizzare, disumanizzare la vittima”.
In molte azioni criminali che divengono spettacolo in tempo reale da servire come freddure a tutte le ore in molti talk show si dipingono, altresì, prima di sentenze avvenute, i profili di personalità borderline perché la medicina sostiene che “è tipico della mente psicotica agire in forma efferata senza provare il minimo senso di colpa” e quant’altro.
Molto spesso è facile acclarare che molti soggetti definiti “psicopatici” lo possono diventare per “caso”, come gli assassini seriali o i famosi  spree killer che, quando narrano i loro resoconti freddi e lucidi, destano meraviglia per la loro tranquillità,  precisione dei contenuti, fornendo a se stessi e agli altri  anche risposte introspettive.
La memoria ci porta  al caso del “Mostro di Foligno”, pedofilo assassino, la cui escussione fornita davanti alla Corte (narrazione fornita con assoluto distacco, dissociazione e freddezza) scatenò la rabbia dei parenti del bimbo in aula.
Ma attenzione: dietro buona parte di queste personalità, come precisato in incipit, vi sono personalità “inadeguate” al ruolo storico che occupano e che trovano nella sincope omicidiaria compulsiva lo sfogo del loro disagio (si rimanda agli psicologi l’analisi di eventuali tracce di frustrazione latente prodromica al compimento delittuoso).
E così troviamo che chi uccide il partner lo fa perché “affettivamente” immaturo, chi uccide il proprio figlio perché incapace nel sostenere il ruolo e la responsabilità che ne deriva, chi uccide un animale con cinica ed inispiegabile ferocia lo fa perché riflette l’impossibilità di sapersi relazionare con il prossimo: l’inadeguatezza del “ruolo” si configura in forma inesorabile, diventa macigno nei giorni, peso insopportabile ed altro non è che la testimonianza di personalità incomplete, non sviluppate in un pieno completamento di “stadi” precedenti (adolescenza, infanzia, consapevolezza del senso di responsabilità, benessere affettivo, autodeterminazione nelle scelte, autostima, etc, etc. ).
Personalità “monche”, la cui incompletezza, impercettibile spesso a chi li circonda, diviene impossibilità più o meno a loro conscia di calarsi nel ruolo conferito dalla società e dallo scadenzare dei cicli del tempo.
Il male espresso, oltre che espandersi nella loro oggettiva inadeguatezza, diventa palesemente inadeguato nelle forme in cui si desidera eventualmente ‘celarlo’, occultarlo’, depistarlo’ da tali soggetti, che possono porre delitti efferati, ma’ inadeguati’ nella forma in cui si esprime. E qui ci possiamo agganciare, ad esempio, alle vicende di molti soggetti passati alla storia del crimine come assassini seriali compulsivi o spree killer occasionali, nonché definiti dalla letteratura classificativa dei S.K., ‘ disorganizzati’.
I loro racconti del male, dei loro crimini, per l’appunto, ‘inadeguati’, sono anch’essi inadeguati (si chiede scusa per il gioco di parole dovuto da esigenze di carattere ‘comprensivo’) ed anche le eventuali menzogne finalizzate ad allontanare responsabilità, diventano storie imbarazzanti in chi li ascolta per mestiere, ricche di falle, favolette sgonfiate, storie ovviamente smontate dall’evidenza di fatti.
Un’ inadeguatezza che diventa riflesso nei risvolti pratici in cui si manifesta, pacchiana e grossolana nei racconti del crimine ed il crimine stesso diviene inadeguato ad esplicarsi nelle sue forme piene ( seppur efficacemente deleterio e mortale).
Altro che la ‘banalità del male’ di Arendt… qui il male è talmente inadeguato nelle forme in cui si esplica, perché figlio di psicologie immature e che, inadeguato persino a se stesso, cade sotto il suo proprio peso.   
In conclusione, in relazione alla spettacolarità della notizia criminis che viaggia a velocità della luce nell’odierna era tecnologica e viene cavalcata ed utilizzata per vari fini, una doverosa precisazione.
Nella deontologia del dettato criminologico, nell’etica del compendio investigativo e forense, tracciare ‘il profilo psicologico’ delle metodologie esplicative omicidiarie dell’offender  riferibilmente ad un caso criminale per cui si sta operando, ed associarlo ad un preciso soggetto indiziato di delitto, o semplicemente indagato, in Italia è un reato.
Cosa che, purtroppo, nella nostra Nazione viene disattesa e che trova la sua selvaggia applicazione in molte trasmissioni a tema di qualsiasi emettente televisiva, a cui partecipano alle volte addetti ai lavori invitati  e non addetti ai lavori.
Ma tracciare il profilo psicologico di ‘presunti innocenti’, per calarlo nella contestualità delittuosa al fine di rapportare assonanze “al di là del ragionevole dubbio” è una fenomenologia che potrebbe trovare l’apice dell’esegesi dell’’ermeneutica del male’, se illustrato da  opinionisti, e/o addetti ai lavori o meno che non sono mai stati sulla scena del crimine e/o non hanno mai visto carte processuali di pertinenza. Il crimine diventa, così, salotto radical chic da parte di uomini e donne intellettualmente ‘più che corrette’.
In sostanza, chi indaga veramente sui fatti, molto spesso, rimane al di là dello schermo e mai come in questo caso  il proverbio che sostiene ‘il silenzio è d’oro’ diviene miliare accostamento.
Queste storture descritte  si tramutano in una singolare e subdola forma di ‘inadeguatezza del bene’ o della volontà di ‘fare del bene alla verità’ che provengono, paradossalmente, dall’altra parte della barricata.  Domenico Romeo