SAURO TOMA’: l’ultima bandiera di una leggenda immortale, il grande Torino

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Su quell’aereo viaggiano tutti, calciatori, giornalisti, allenatore…anzi no… proprio tutti no. 
All’appello mancano due calciatori: Sauro Tomà, arrivato al Toro due anni prima dallo Spezia, infortunatosi in un allenamento settimanale ed il portiere Gandolfi, rimasto a casa perché la società granata ha deciso di regalare un viaggio premio al fratello del calciatore Ballarin: quando si dice la sorte…
Tomà e Gandolfi, sono loro, dunque, gli unici sopravvissuti e su loro si posizioneranno nel tempo i riflettori, essendo unica memoria storica rimasta di quella leggenda schiantatasi in una giornata di nebbia (ad onor del vero, anche il celebre cronista Nicolò Carosio si salvò da quella trasferta grazie alla cresima del figlio).
Gandolfi morirà il 30.04.2011, Sauro Tomà invece, la settimana scorsa, il 03.12.2014, ha compito la veneranda età di 89 anni.
Una vita rimasta con il marchio di Superga nel cuore, quella di Sauro Tomà, che nel Maggio del 2012 ha ricevuto il sigillo civico da parte del Comune di Torino.
Chi lo ha conosciuto bene, o chi lo conosce bene, sa che dopo avere appeso le scarpe al chiodo (vestendo successivamente maglie di Brescia e Bari), Sauro è ritornato nella sua Torino abitando ad un passo dal “Filadelfia” (si attende la doverosa ristrutturazione di questo impianto, non solo casa simbolo del Toro, ma luogo simbolo del calcio nazionale).
E’ qui, che con la fedele spilla al petto raffigurante il grande Toro, incrociando il suo percorso con il manto verde di un tempo divenuto rudere, incontra tifosi, uomini, appassionati di calcio, raccontando quei frammenti di storia vivente raccolti come ciocche di anima che si dirigono al vento.
Il racconto di Sauro Tomà su quella giornata di Superga e sul suo prosieguo di vita, è racchiuso in alcuni stralci del suo libro scritto di suo pugno, “Me Grand Turìn” (Graphot edizioni):
“Omissis…era appunto l’ora di cena quando notai che davanti al mio portone si era radunata una folla imponente. Subito pensai a mia moglie, ero preoccupato ed accelerai il passo, ma poi la vidi in mezzo a quella folla e, in un certo senso, la sua presenza mi tranquillizzò. Notai che Giovanna piangeva, molte persone avevano il viso rigato dalla lacrime. Mi feci strada tra la gente e qualcuno, sottovoce e fra i singhiozzi, tentò di spiegarmi che un aereo era precipitato a Superga alle 17,05. Mi voltai e vidi l’amico Mario Ceresa che era bianco come un lenzuolo.“ Sauro, l’aereo che arrivava da Lisbona…il Torino Sauro…lassù a Superga…Sauro, sono morti tutti”, disse trascinandomi via. Insieme raggiungemmo il piazzale della Basilica. Immediatamente mi precipitai verso il luogo del disastro. Mi muovevo senza sapere cosa fare e cosa dire, mi portavo addosso solo l’inutile speranza che fosse tutto un incubo, che il Toro era ancora su di un aereo, nel cielo di Torino, in attesa di atterrare dolcemente sulla pista di Caselle. Rientrai nella tragica realtà quando vidi il segretario Giusti. Mi prese sottobraccio, piangeva e mi allontanò dai resti dell’aereo. Giusti volle risparmiarmi una scena atroce: sotto la pioggia battente c’erano ancora i corpi mutilati dei miei compagni. Continuavo a fargli domande. Perché? Come è successo ? Perché proprio loro? E sulla soglia di casa Giusti non disse una parola…Omissis… Don Ricca, con la tonaca ancora sporca di fango, raccontò così la sciagura:“ Ho visto una fiammata intensa. Poi ho visto i rottami  di un aereo. Abito qui sopra e ho subito pensato che avesse sfiorato la cupola. Ogni tanto succede. Superga è il punto di riferimento e quasi tutti gli aerei fanno un giro intorno al colle  prima di scendere sul campo dell’Alitalia. Ma questa volta il rumore è stato più forte del solito: ho avuto paura perché ho sentito i muri della stanza vibrare. In un primo momento ho pensato che l’aereo avesse colpito la Basilica. Invece è caduto sul terrapieno. C’e’ un pezzo d’ala sull’erba del giardino. No, non ho ascoltato né voci, né lamenti. Penso proprio siano morti sul colpo, poveri ragazzi. Non sapevo nulla del Torino, non immaginavo. Sono stati alcuni ragazzi, arrivati dopo di me, che mi hanno detto della squadra. Si sono spinti fin laggiù, in mezzo alle fiamme: uno di loro ha trovato una maglia granata. Uno spettacolo spaventoso: corpi carbonizzati, irriconoscibili, mani, piedi, tronconi sparsi dappertutto. Povera gente..giù nella scarpata, c’erano i bagagli. Uno di quei ragazzi deve avere aperto una valigia, perché poi si è messo a gridare: -“ Misericordia, sono i giocatori del Torino !”- Si sono spinti fin oltre la scarpata, con la speranza di trovare forse qualcuno, ma il fuoco aveva risparmiato solo qualche maglia e qualche valigetta…Omissis…
Omissis…Qualcuno mi riconobbe, parlavano del mio infortunio al ginocchio, mi guardavano come un miracolato. “ Tomà è vivo, Tomà è vivo ! “, sentii gridare. Ero vivo, non ero partito: ma puoi essere vivo quando porti la morte nel cuore? Quella notte non chiusi occhio. Rimasi in silenzio accanto a Giovanna. Mi dissero che era stato praticamente impossibile il riconoscimento delle salme. L’identificazione era avvenuta attraverso i documenti e gli effetti personali. Il triste compito era toccata a Vittorio Pozzo. Il C.T. della Nazionale, accompagnato da Giusti e da Rabezzana, un tifoso amico della squadra, era risalito ai nomi frugando anche nelle tasche dei pantaloni ritrovati. Il primo ad essere identificato era stato Ossola, , mentre Rigamonti era stato riconosciuto attraverso un anello. A notte fonda, comunque, mancavano ancora all’appello Martelli e Moroso. Venni poi a sapere che Giusti e Rabezzana erano stati lassù fino all’alba cercando i corpi alla luce delle fiaccole artificiali.Omissis…Rimasi al Toro ancora tre anni. Ma non riuscivo a ritrovare un rendimento ideale: non era un problema fisico, i miei pensieri continuavano a correre su quel maledetto Colle; la spensieratezza dei miei vent’anni era rimasta fra i rottami dell’ aereo. Fu un periodo negativo anche per la società, non mancarono gli scontri verbali. Tutto, proprio tutto, era finito a Superga. Lasciai il Toro alla fine della stagione 1950/51, dopo aver subito un gravissimo infortunio contro il Milan di Nordhal. Giocai in prestito a Brescia e poi Carrara. Infine a Bari: due stagioni, con il grande Maestrelli.
La mia vita è stata un rincorrere il Toro. Forse anche la leggenda. Adesso abito a pochi metri dal Filadelfia, quel campo che non c’e’ più. Riesco solo ad intravedere le rovine. Ogni tanto incontro qualche vecchio tifoso, parliamo, del nostro Toro….omissis…raccontare e ricordare e ancora  ricordare. E’ il destino dei sopravvissuti.”

Questo è il racconto toccante, sublime, profondo, di un uomo dagli antichi valori che mettendo a nudo la propria anima, rimane ed esce da quegli spogliatoi d’un tempo.
Un percorso umano di Sauro Tomà in cui il destino del sopravvissuto si coniuga in un quasi inconscio senso di colpa che si fonde con un naturale istinto di volontà di vivere, quindi di ringraziamento alla vita, caratterizzando tempra e  sensibilità.
Storia di un calcio d’altri tempi fatto di genuinità e valori e dove il premio partita per un calciatore consisteva in una bella cassa di vino, donato dal Presidente, e diviso in allegra compagnia con i compagni di squadra.
La memoria del Grande Torino, comunque, rivive nel suo storico Museo a Grugliasco (TO) in Via G.B. La Salle 87, ed è un luogo unico in cui la storia emana  testamento umano e morale alle nuove ed alle vecchie generazioni (numerose sono le iniziative di questo Museo, fonte di etico aggregazionismo). Coloro i quali accompagnano i visitatori li conducono in un viaggio nel tempo, attraverso la passione e l’orgoglio, al punto che un’ attuale recensione sul Museo riportata da un visitatore su un famoso blog a tema, testimonia: “Noi mostriamo con orgoglio la nostra storia, altri la loro refurtiva”.
Memoria, a volte dileggiata da infami senza onore, come accadde nel derby della Mole dell’annata precedente, quando un paio di balordi (fortunatamente identificati e sottoposti a D.A.S.P.O), dileggiarono i caduti di Superga con uno striscione, provocando, fra l’altro, le lacrime di Sandro Mazzola, figlio dell’indimenticabile Valentino (si rammenta la scandalosa decisione della giustizia sportiva nel non applicare severe sanzioni nei riguardi dello Juventus Stadium, tantomeno verso l’impunita seconda squadra di Torino, contravvenendo incredibilmente al regolamento stesso).
Sauro Tomà, l’ultima bandiera di una leggenda che non morirà mai, ma che sarà sempre passaggio di consegna di valori a chi crede che il calcio, passato, presente e futuro, sia traino di spirituali emozioni e condizioni di esistenza. Domenico Romeo