Spazio Domenico Romeo: “28 dicembre 1908: l’alba tragica di Reggio e Messina”

“Stamane alle ore 05.21 negli strumenti dell’osservatorio è incominciata un’impressionante, straordinaria registrazione: le ampiezze dei tracciati sono state così grandi che non sono entrate nei cilindri, misurando oltre 40 cm. Da qualche parte sta succedendo qualcosa di grave”.
Iniziava così l’annotazione dell’osservatorio Ximeniano di Firenze la notte del lunedì 28.12.1908, alba tragica di Reggio Calabria e Messina.
Un terremoto disastroso del settimo grado Mercalli. Solo 37 intensi secondi di morte, seguiti da uno tsunami di gigantesche dimensioni che inghiottì case, vie, macchine.
Reggio, contava nel 1908 45.000 abitanti: ne perirono 15.000, un terzo della città. Messina, in pari data, ne contava 140.000: ne perirono 80.000, cifra spaventosa.
Queste due città erano già sopravvissute ad una tragedia simile, quando un precedente sisma del 1783 le aveva rase al suolo provocando vittime e danni incalcolabili.
Reggio Calabria e Messina, Calabria e Sicilia, terre entrambe scrigno della Magna Grecia. Dalle culle di antiche civiltà alle leggende di Scilla e Cariddi, al procrastinare di sviluppi letterari nel panorama nazionale come il Verismo, il cui padre siculo, Verga, individuò nel calabro Corrado Alvaro, il suo erede naturale. Reggio e Messina significa anche le uniche città al mondo di due regioni diverse che si osservano 24 ore su 24, così come significa il fenomeno scientifico che si realizza solo in riva allo Stretto: il fenomeno “della Fata Morgana” (aspetti di vita quotidiana che si sviluppano in una delle due città, riflesse sulla riva dell’altra sponda per via di un gradiente termico e condotto atmosferico).
Due sponde divise dalla natura in epoca quaternaria, quando il disgelo successivo all’era glaciale frantumò l’Eurasia (difatti la radice greca di Ρήγιoν è in latino Rhegion, antico nome di Reggio, ossia luogo di divisione, di frattura) e da un antico antagonismo calcistico successivamente, ma unite da una conurbazione giornaliera fatta di scambi umani, culturali, gioie e dolori. Quella notte del dicembre del 1908, in soli tre km di distanza si confondevano le urla di dolore e di disperazione di chi aveva perso tutto, due città, due macerie.
Nell’antica Zancle (Messina) si rase al suolo il Teatro ‘Marittimo’, il Palazzo Municipale, il monumento di S. Gregorio, il Duomo. La chiesa dei Catalani rimase miracolosamente intatta ed alla data odierna è visibilmente collocata in un livello più basso rispetto alla nuova conformazione urbanistica della città costruita nel post-terremoto (il turista se ne avvede a vista d’occhio).
A Reggio lo tsunami inghiottì il lungomare facendone un immenso detrito, l’onda d’urto abbatté la costruzione bizantina della Cattolica dei Greci, le fontane monumentali, il palazzo barocco di Genoese-Zerbi, soppiantando opere d’arte varie, di estrazione greco-normanna, sparse in cenacoli culturali.
In entrambe le città i feriti furono divisi in ospedali, caserma, luoghi di improvvisata dimora, mentre i soccorsi sopraggiungevano prevalentemente dal mare. Queste unità marine erano costituite da navi della marina militare italiana, navi inglesi, spagnole, tedesche, greche, francesi a cui le due città ancora oggi dedicano vie ed impianti sanitari, segno di una riconoscenza eterna (l’Ospedale Piemonte di Messina riporta il nome di un’ imbarcazione sabauda che portò aiuti dai piemontesi mentre la via Curzon a Villa San Giovanni, in Calabria, ricorda il politico britannico che si prodigò per i territori colpiti dal disastro ambientale).
Le due città, denominate ‘gemelle’, hanno avuto la forza di rialzarsi, costruire dalle macerie il loro destino, rimodellare con la propria dignità il futuro di generazioni protese a fare crescere le due realtà. Ad oggi entrambe, seppur moderne ed europee nello stile, conservano ben poco di quello che fu l’alba tragica del dicembre 1908, se non nelle foto d’epoca ed in qualche rudere fatto rimanere volutamente intatto nel tempo, risparmiato dal progresso a futura memoria.
Dal punto di vista scientifico, gli studiosi hanno da sempre stabilito che lo Stretto di Messina sarà sempre una zona sismica, per via di una faglia sotterranea costituita da fratture della crosta terrestre, che dallo Stretto conduce addirittura alla placca americana che si interseca alla “Transverse Range”, un segmento tellurico geologico che conduce altresì allo strato tettonico panafricano. Non è un bell’auspicio se consideriamo che il risveglio del vulcano Marsili, vulcano sottomarino altro 3000 metri a circa 150 km da Calabria e Sicilia, potrebbe provocare tragedie umane di portate incommensurabili.
Un’altra curiosità scientifica stabilisce che il dna dell’abitante dello Stretto è stato, nel corso dei secoli, modificato dal ‘Radon’, che inciderebbe in forma naturale la sua circolazione all’interno dell’organismo degli abitanti dei territori interessati, aumentando la globularità in vista dei terremoti. Un concetto scientifico che richiama la definizione di sismogeneticità, accertato nei territori americani ‘solcati’ dalla faglia di S. Andrea.
Ma la storia del terremoto del 1908 sullo Stretto non è solo una storia fatta di cumuli di dolore e macerie accatastate dalla natura, è una storia di passione e sollevazione dai ruderi di una civiltà sepolta.
E’ la storia di una generazione che, crescendo all’alba di un nuovo millennio che iniziava tragicamente, in due sponde opposte percepiva di condividere i medesimi principi morali ispiratori ed i medesimi fondamenti ultimi umani: il senso della ripartenza, della ricostruzione dell’esistenza mattone su mattone.
E’ storia che diventa poetica immortale quando, qualche anno dopo il disastro, nel 1914, Giovanni Pascoli, scendendo in riva alle coste reggine, rimaneva visibilmente scosso davanti a quella porzione di terra abitata dai figli dei padri greci, in cui l’umiltà del dolore silenzioso della ricostruzione si mescolava con la storia decapitata. Pascoli, partoriva un’ode di intima e profonda commozione che recitava: “questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni. Ululano ancora le Nereidi obliate in questo mare, e in questo cielo spesso ondeggiano pensili le città morte. Questo è un luogo sacro, dove le onde greche vengono a cercare le latine; e qui si fondono formando nella serenità del mattino un immenso bagno di purissimi metalli scintillanti nel liquefarsi, e qui si adagiano rendendo, tra i vapori della sera, imagine di grandi porpore cangianti di tutte le sfumature delle conchiglie. È un luogo sacro questo. Tra Scilla e Messina, in fondo al mare, sotto il cobalto azzurrissimo, sotto i metalli scintillanti dell’aurora, sotto le porpore iridescenti dell’occaso, è appiattata, dicono, la morte; non quella, per dir così, che coglie dalle piante umane ora il fiore ora il frutto, lasciando i rami liberi di fiorire ancora e di fruttare; ma quella che secca le piante stesse; non quella che pota, ma quella che sradica; non quella che lascia dietro sè lacrime, ma quella cui segue l’oblio. Tale potenza nascosta donde s’irradia la rovina e lo stritolio, ha annullato qui tanta storia, tanta bellezza, tanta grandezza. Ma ne è rimasta come l’orma nel cielo, come l’eco nel mare. Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia.” . Da qualche anno sul lungomare di Reggio Calabria è presente una stele in marmo riportante tale poetica, come forma di ringraziamento del popolo reggino a Pascoli, testamento morale di quanto drammaticamente avvenuto nel 1908.
Ma se a Reggio è lo spiritualismo poetico a consegnare la storia alle gioventù future, a Messina è lo spiritualismo mistico a fornire emozioni trascendentali e storie immortali. Chiunque giunge nella città siciliana scorge inevitabilmente al porto la statua di una Madonna gigantesca, con una scritta dall’idioma latino e di inequivocabile interpretazione: “Vos et ipsam civitatem benedicimus”.
E’ la Madonna del mare, comunemente conosciuta dai messinesi come la Madonna della Lettera, perché emissaria di un’epistola sacra perché scritta di pugno dal Sommo Padre, un invito del Creatore a non cadere nelle tenebre dell’angoscia.
Un messaggio che certifica, dunque, la benedizione di Dio al popolo messinese, una rassicurazione solida di protezione dogmatica ad un popolo che nel 1908 fu colpito dal demone della disperazione in pieno sonno.
Da una parte all’altra dello Stretto, poesia e fede si fondono nel destino e nel cammino di questi due popoli, penetrando violentemente nell’ossatura degli uomini, incidendo nella cartilagine della loro anima.
Quella del terremoto del 1908 è storia umana di popoli che diventa antropologia che si tramuta, per proprietà transitiva, in filosofia esistenzialista sul condotto delle novelle veriste dell’uomo, sul ‘ciclo dei vinti’, dove la provvidenza si pone in rapporto conflittuale fra l’uomo e la natura in una strutturazione filologica.
La provvidenza diviene dunque assetto centrale, concettualizzazione verghiana della vita che si discosta da quella manzoniana, che la pone come soccorso teosofico alle esigenze umane.

Domenico Romeo